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Erano distanti circa trecento metri dalla Smart, la videro ignorare uno stop, poi l'incidente

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 Erano distanti circa trecento metri dalla Smart.

La videro ignorare uno stop e per due volte passare con il rosso, come se nulla fosse.

In strada, per fortuna, non c'era nessuno.

Fabio, continuamente pungolato da Elisa, stava spingendo sul pedale dell'acceleratore molto più di quanto avrebbe dovuto.

"Lo vuole capire che non sono un pilota di Formula Uno, porca miseria?", esclamò spaventato. "Qui finisce che ci ammaz­ziamo!"

"Se non la vai a riprendere ti ammazzo io, brutto cretino!", rispose lei furente.

"Che cosa sta facendo?", chiese Fabio alla vista della strana traiettoria che stava prendendo la Smart.

"Oddio, ha perso il controllo dell'auto!", rispose Elisa met­tendosi le mani tra i capelli. "Frena! Frena!"

L'uomo ubbidì e accostò l'auto al marciapiede, giusto in tem­po per vedere la Smart che si ribaltava sul fianco sinistro e si schiantava contro il cassonetto.

"Cristo Santo", sussurrò Fabio basito. "E adesso?"

"Stai zitto, sto pensando", rispose lei assorta.

"Scusi, sta pensando a cosa?", sbottò lui di rimando. "Proba­bilmente Anna è ferita e ha bisogno di aiuto".

"Torna indietro, svelto!", gli ordinò all'improvviso.

"Ma è pazza?", domandò sconvolto. "Dobbiamo aiutare sua figlia! Dobbiamo chiamare subito un'ambulanza!"

 "Ti ho detto di tornare indietro", ribadì lei serissima, fissan­dolo negli occhi. "Non possiamo fare nulla per aiutarla. Spo­standola, rischieremmo soltanto di aggravare le sue condizioni. C'è un'auto che sta arrivando. Ci penseranno loro a chiamare i soccorsi".

"Ma… ma lei è davvero un mostro!", replicò Fabio facendo inversione di marcia, seppure controvoglia, e allontanandosi dal luogo dell'incidente. "Io… io davvero non posso credere che…"

"Riaccompagnami a casa", disse lei, ignorando il commento. "Anzi, no. Vai verso Ponte Marconi, finché non ti dirò di fermar­ti. È probabile che porteranno Anna al San Camillo o al Forlani­ni. Aspetteremo nei paraggi che arrivi la telefonata".

"Quale telefonata?", chiese Fabio inebetito, che, oltre a non capire nulla, non riusciva a capacitarsi di ciò che aveva appena sentito da quella donna. "Chi deve chiamarci?"

"Fabio, non soltanto sei un farabutto, uno sfruttatore, un fal­lito, ma sei anche uno stupido", cominciò Elisa a spiegare con un tono di voce stanco e rassegnato. "Nella mia Smart troveranno la mia borsetta, con i miei documenti. Quindi, non appena i soc­corritori caricheranno Anna sull'ambulanza, è sicuro al cento per cento che troveranno anche i miei numeri di telefono e mi contatteranno. A quel punto, e soltanto a quel punto, interverrò".

"Ma perché non farlo subito?", chiese lui recuperando un po' di coraggio. "Perché non controllare subito le condizioni di Anna? Forse potevamo aiutarla…"

 "Caro il mio buon samaritano, il fatto che tu non ti sia fatto pregare più di tanto per scappare come un coniglio, dovrebbe già averti fornito molti più indizi del necessario per consentirti di rispondere da solo alla tua domanda. Fregartene e non prendere le difese di mia figlia fa parte del tuo modo d'essere e questo l'avevo già capito da tempo. Stasera, fin dall'inizio, ne ho avuto la riprova".

Fabio rimase in silenzio a riflettere. In effetti, Elisa non aveva tutti i torti. Era meglio non farsi coinvolgere. Troppe domande cui rispondere. La polizia avrebbe potuto accusarli di aver pro¬vocato l'incidente mettendosi a inseguire Anna. In Francia, del resto, avevano condannato i paparazzi colpevoli di aver tallonato l'auto della povera principessa Diana. Vai a sapere quello che sarebbe potuto succedere.
Quella donna, pur nella sua disumanità, aveva ragione.
Nello specchietto retrovisore, comunque, Fabio aveva visto che l'auto sopraggiunta si era fermata accanto a quella di Anna e che due persone ne erano scese. Una stava parlando al cellulare.
Questo, almeno in parte, lo tranquillizzò e lo fece sentire meno sporco.
"Vedo con piacere che ti sei convinto anche tu che abbiamo fatto bene ad andarcene", disse Elisa interrompendo il flusso dei suoi pensieri.
Lui non rispose subito, preferendo restare concentrato nella guida.
"Perché al San Camillo o al Forlanini?", chiese dopo qualche minuto.
"Perché sono ospedali della zona, idiota. Le ambulanze han¬no disposizioni precise: in caso d'incidente devono portare l'in¬fortunato nell'ospedale più vicino".
"Speriamo abbia ragione lei".
Elisa si voltò a guardarlo.
Prendere la decisione di abbandonare la figlia al suo destino non era stato facile.
Aveva dovuto fare una scelta e aveva avuto soltanto pochi istanti per farla, ma era convinta di aver agito per il meglio.
Quell'incidente e la complessiva indegna condotta di Fabio le avrebbero dato il pretesto che cercava per allontanarlo per sempre dalla vita della figlia.
L'inevitabile lunga convalescenza le avrebbe consentito di provare a farla disintossicare.
Se avesse agito in fretta e senza badare a spese, restando ai margini di quella squallida vicenda, forse sarebbe riuscita a met¬tere tutto a tacere, evitando di apparire in prima persona e, so¬prattutto, impedendo che i media si fiondassero come mosche fameliche sulla sua carcassa, rovinandole per sempre la vita e la carriera politica.
Sì. Aveva agito per il meglio, facendo un favore a tutti loro.
"Io ho sempre ragione", replicò assorta.
Sempre, ribadì tra sé.
A patto che la figlia fosse sopravvissuta.

 

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