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Mattarella presidente di un CSM "paramafioso". Ecco perchè Nordio non può restare al suo posto

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Le parole pronunciate dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio nei confronti del Consiglio Superiore della Magistratura non possono essere archiviate come espressioni polemiche ma, al netto delle dinamiche del dibattito politico, lecite, perchè non lo sono affatto. Esse incidono gravemente sulla Costituzione e interpellano la coscienza costituzionale del Paese.

Il CSM definito dal Ministro come un sistema improntato a logiche paramafiose non è un apparato tra gli altri. È l'organo attraverso il quale la Costituzione ha inteso sottrarre l'ordine giudiziario alla disponibilità degli altri poteri, in primo luogo dell'esecutivo. Non è un privilegio corporativo: è una garanzia per i cittadini. La sua autonomia non tutela i magistrati in quanto categoria, ma il diritto di ciascuno a un giudice indipendente. Quando un Ministro della Repubblica qualifica il sistema di quell'organo con categorie che evocano forme di organizzazione criminale, egli non formula una critica tecnico-istituzionale; introduce un sospetto sulla legittimazione stessa dell'organo costituzionale. Non si denuncia una degenerazione da riformare: si insinua che il meccanismo sia intrinsecamente deviato. È un passaggio grave, perché sposta il terreno dal piano delle riforme al piano della delegittimazione. E così facendo, finisce per l'ennesima volta per confessare l'inconfessabile, cioè il carattere punitivo e, esso sì, eversivo della legge su cui ci esprimeremo tra poco più di un mese.

La separazione dei poteri non è un orpello storico, ma la materializzazione in Costituzione di un equilibrio costruito sulla reciproca limitazione. Ogni potere trova il proprio fondamento nel riconoscimento del limite che lo circoscrive. L'autogoverno della magistratura è uno di questi limiti. Quando l'esecutivo, per bocca del suo Ministro competente in materia di giustizia, ne mette in discussione la legittimazione morale e istituzionale, non siamo più nel campo della fisiologica tensione tra poteri, ma in presenza di una frattura dell'equilibrio costituzionale.

Il dato che il CSM sia presieduto dal Sergio Mattarella conferisce ulteriore rilievo alla questione. La presidenza del Capo dello Stato è la cifra della funzione di garanzia dell'organo. Colpirne l'immagine con espressioni che ne insinuano la compromissione significa proiettare l'ombra del sospetto sull'intera architettura delle garanzie costituzionali. Ed attribuire, al Capo dello Stato una sorta di compartecipazione, o almeno un ruolo di silente copertura, di un sistema definito dal ministro paramafioso. E già solo per questo il Ministro non potrebbe restare al suo posto.

Questo è il punto. Poi, nel merito, le riforme si propongono con argomenti e con norme, non con qualificazioni che mettono in discussione la natura stessa dell'istituzione. Una democrazia costituzionale vive di forme, e le forme sono sostanza. Non si tratta di difendere un apparato, né di sottrarlo al giudizio critico. Si tratta di difendere la Costituzione come sistema di limiti reciproci. Se il potere esecutivo si arroga il diritto di qualificare l'organo che, esprimendo la funzione di autogoverno del giudiziario, ne rappresenta il limite come un sistema moralmente deviato, significa che il principio di equilibrio si è incrinato, e quel potere ha assunto (o almeno aspira ad assumere) altre sembianze. La Costituzione del 1948 è nata come un patto di convivenza fondato sul riconoscimento della dignità di ciascun potere e del limite che lo definisce. Superare quel limite, anche solo nel linguaggio, significa aprire una ferita nell'ordine costituzionale.

È questa la ragione per cui non si può tacere. Non per spirito di parte, ma per fedeltà alla forma repubblicana. La difesa della Costituzione comincia dal rispetto delle sue istituzioni, anche e soprattutto quando si intende modificarle.

 

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