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Premio Città di Chiaramonte Gulfi, Chiaroscuri di Sergio D'Angelo

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  La sera mi affaccio dalla terrazza della casa in cui vivo, ospite pagante s'intende. Mi affaccio, soprattutto nelle sere invernali, e lì di fronte al mio punto di osservazione Chiaromonte appare come un abete in formato bonsai addobbato, carico di luci multicolori. Un presepe che ti chiede di essere visitato, lancia inviti non dichiarati con la sua prorompente bellezza. E' ti tanto in tanto come un gatto ramingo salgo in macchina e senza un perché m'avvio di notte per salirci. La campagna è silenziosa da far paura. Non incontri nessuno, neanche un un cane che latri. Di rado incroci i fari di qualche sparuta auto. Le ombre dei maestosi carrubi si stirano sulle pendici, oramai in estinzione, andrebbero tutelati come patrimonio culturale degli amati IBLEI. I monti dal miele dolce e dal colore d'ambra sono un forte richiamo per la mia memoria. Federico Lorca così lo cantava:" Oh divino liquore dell'umiltà, sereno come un verso primitivo!".Senza scomodare i cantori che nei millenni trascorsi hanno dedicato versi sublimi dedicati a questi luoghi, alle dee, alle greggi, ai fiori, alle api, ai frutti e agli alberi. Ne parlo con candore guardando le ombre lunghe degli uliveti. Ah! Dimenticavo che qui si produce un olio dolce e fino come i baci di una nottata avuti da una leggiadra dea, o da una messaggera del dio dell'amore.

  Cammino a piedi per le strade del centro. Ogni pietra racconta una storia, la puoi leggere nelle striature. I colori preminenti sono due: il bianco della zagara ed il giallo con venature di rosso. Guardo intorno e non vi sono cartaccie trascinate da un leggero vento. Alzo il bavero e m'aggiusto la berretta alla francese, cammino estasiato per i viali della Villa Comunale. Quanta bellezza racchiusa in pochi metri quadri! Da questa terrazza guardo le luci e la striscia dell'orizzonte che si spegne sui flutti del mare. Poi la quiete, la dolce quiete tanto invocata cala e mi rapisce per incanto o per incantesimo.Alle prime luci dell'alba ridiscendo con la necessaria lentezza di chi ha voglia di un caffè per riprendersi. Il viaggio di ritorno è lineare da fare invidia.

 SERGIO d'ANGELO. Mai locuzione fu tanta appropriata: " Nomen omen". I Latini avevano ragione nel credere che nel nome vi è un presagio. Nel senso che nel nome è tracciato un destino, un percorso terrestre, che nulla possa deviarlo. Sergio, il tuo destino di angelo è stato scritto. Sergio è anima e motore, oltre ad essere l'angelo custode che vigila, di un Premio letterario importante che porta il nome di Chiromonte Gulfi. Un nome di nobile ed antico casato. Da una decina di anni il Premio ha acquistato una certa notorietà, di certo inferiore alla qualità del premio. La giuria cambia di anno in anno. Una giuria di poeti e di persone che hanno bene in mente di ciò che significhi il fare poetico. Con le sole proprie forze e l'ausilio di qualche volenteroso amante delle patrie lettere, ogni anno organizza un Premio che dà lustro alla propria Città. Ripeto è un Premio a cui vale la pena di partecipare. Un Premio che si distingue per serietà, competenza, e soprattutto amore vero e sincero per la poesia. Sergio lì è nato nel 1969, e lì vive e opera.

Mentre scrivo questa umile nota, rigiro tra le mie mani CHIROSCURI, una raccolta di versi di Sergio. Ne ha pubblicate tante e di cui ho perso il conto.

E come potrei in questo momento di segregazione dovuta a un virus, di cui sappiamo tutto e allo stesso tempo nulla, e a cui non posso non sottrarmi nel rispetto delle leggi. Leggo e rileggo libri che altrimenti non avrei mai riletto. Qui amico caro, traccio qualche riga che tu possa accettare come un dono.

I tuoi versi sanno di privazione, privazione di un dio che non è menzogna ma certezza cercata. Come sono

cercati i baci, e chiedi nell'abbandono diventare tutt'uno con l'amata. Vi è una costante invocazione alla gioia che è una gioia di vivere la vita con voluttà, ed hai ragione a viverla così. Guai se trasgredissi a questo

imperioso comandamento! Nel leggere questo libro in cui vi sono delle poesie trascritte nella parlata chiaramontana, di cui ne vai fiero, vi è un'alternanza di toni. Una unità di fondo persiste in tutto il libro, ed è la pacata consapevolezza della caducità del vivere, per cui la gioia e le carezze tanto invocate fanno da contrappunto ai chiroscuri del momento che attraversiamo. Un libro che è un inno alla vita, un inno all'amata Città, a cui noi ci associamo.

 

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