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I FUOCHI D’ARTIFICIO. Un sogno d'estate.

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 Di solito i sogni si raccontano dicono i bene informati. Guai in vista qualora si trasgredisse a questa consuetudine non scritta ma tramandata di padre in figlio. E per l'innata paura che abbiano non osiamo minimamente sfidare il destino, con il corollario di sofferenze che ne seguirebbe. Dio ci scansi! Anch'io non mi sottraggo all'atavica superstizione. Per fuggire alla malasorte trascrivo un sogno. Nei ritagli dell'insonnia quando riesco a prendere briciole di sonno, m'addormento pesantemente e sogno.

Un sogno d'estate

Don Pepe', da quando non vedeva più gli occhi della moglie Assuntina, passata a miglior vita, se ne stava seduto davanti l'ingresso della Società Agricola. A quell'ora, si sa, in estate l'aria rinfresca e l'ombra della Cattedrale si stende sulla piazza come un telo cinereo.

 Don Pepe' prelevava una sedia di spago d'agave riposta in un angolo, sempre la stessa benché non fosse numerata e sedeva con le spalle diritte appiccicate al muro. Sembrava un patriarca d'altri tempi, d'altri luoghi. Girava il naso a destra e a manca, annusava l'aria come fanno i cirnechi etnei. Scuoteva la testa, nel vedere i braccianti un po' sciancati da annate di zappa. Raramente scambiava un saluto o qualche chiacchera coi conoscenti. Anche coi soci conversava poco, si asteneva dal pronunciare qualsiasi commento sulle dicerie che di certo nei piccoli centri non mancano. La pronuncia di una frase di Don Pepe' era come la lettura di una sentenza della Cassazione. Le parole ronzavano per giorni nei locali della Società Agricola. I commenti dei consoci non tardavano. Nascevano discussioni, spesso i toni erano accesi. Avere ragguagli da parte di Don Pepe' era inutile, incurante com'era dell'opinione altrui.

Per Don Pepe', in gioventù, l'unica ossessione era stata quella di avere dei figli. Almeno uno. Desiderato, invocato e pregato. Nessun dio umano o celeste lo aveva ascoltato. Nel corso degli anni era diventato muto e sordo, al dolore e alla gioia. Poi, il podere non rendeva quasi nulla. A giornata spediva i braccianti nella vigna. A potare, a fare le conche in attesa della piaggia invernale. Don Pepe' sentenziava:" Senza l'occhio del padrone, il cavallo non ingrassa.".

 Anche quella sera, Don Pepe' se ne stava seduto in circolo, con le mani appoggiate sul bastone di olivo stagionato. Osservava, con curiosità infantile, i fedeli che spingevano e premevano per omaggiare la S.S. Madonna del Bosco. La vara illuminata era collocata nella navata centrale. Man mano che la processione confluiva, la piazza antistante si popolava. E don Pepe', stanco, si rese estraneo allo spettacolo, alla calca che si muoveva come la risacca delle onde, socchiuse gli occhi. Compiva un viaggio a ritroso nella memoria. A frammenti, a schegge rivedeva i fotogrammi dei giorni dello scialo. I giorni in cui girava per le strade a cavallo. La camicia linda e profumata con acqua di zagara, lo sguardo altezzoso del soprastante. Neri occhi, mobili e penetranti, finche' non incrociarono quelli acerbi e timorosi di Assuntina, intenta a ricamare al tombolo la dote delle figlie dei massari. E mentre don Pepe' era assorto nel rivedere come in una pellicola la propria gioventù, la Cattedrale si svuotava. Come da programma, ai giardini della Villa, i fuochi d'artificio chiudevano i solenni festeggiamenti in onore della Patrona.

Don Pepe' ripose la sedia, salutò i sonnolenti presenti e si avvio verso casa. A pochi metri dalla soglia, due colpi a pallettoni lo raggiunsero. Cadde senza fatica. Lo sguardo rivolto verso il cielo stellato. Da lì a poco, altre stelle, altri fuochi, luminose traiettorie avrebbero ridisegnato la mappa della volta in un continuo cambio di faville, parabole, cocci colorati cangianti nella caduta a grappolo, nel rumore assordante dei botti, nel tremore dei vetri delle imposte, avrebbero illuminato i rilievi aspri e dolci della campagna intorno. Poi, il botto finale simile al tuono che annuncia il risveglio del vulcano avrebbe sigillato la chiusura dei festeggiamenti.

La notte avvolse il corpo di don Pepe'. I cani lo vegliarono sino all'arrivo dei militi, avvisati dai primi contadini che scendevano verso la piana a raccogliere capperi selvatici.

Nessun pianto…nessun grido. Nessuno si curò di raccogliere la coppola caduta nel solco dello scolo dei liquami.

Racconto inedito di Francesco Margani

 

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