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Giuseppe Fava, grande quanto Peppino

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 Lui è Giuseppe, un grande Siciliano. Grande quanto Peppino. In comune tra i due, un 5 gennaio. Giorno in cui Peppino Impastato venne al mondo, e a Giuseppe Fava i mafiosi di Nitto Santapaola spararono in faccia. Una storia semplice, di dignità e di coraggio. Una famiglia semplice, siciliana. Contadini i nonni di Giuseppe, dall'alba al tramonto nei campi di Palazzolo Acreide, maestri i suoi genitori, parte di quell'esercito che, scriveva Gesualdo Bufalino, farà un giorno scomparire la mafia dalla Sicilia, dall'Italia intera. Come sei bravo a parlare, a scrivere, sarai un ottimo avvocato. Giuseppe, diciotto anni, valigia per Catania, studente a Giurisprudenza. Giuseppe come tanti, ma non dei tanti, mente e cuore lo portano lontano, la sua trincea rimane Catania.

 Giornalista professionista a ventisette anni, all'Espresso Sera quattro anni più tardi. Capo redattore per tanti anni. Giorni e notti davanti un'antica macchina da scrivere a occuparsi di tutto, cinema, il Catania. Il teatro, la passione. Cronaca di un uomo, Quinto potere, le prime opere, Gente di rispetto, il primo libro. Radio Rai, il film Palermo or Wolfsburg di Werner Schroeter tratto dall'altro libro Passione di Michele Orso d'Oro a Berlino. Giuseppe ha tutto, talento, successo, ora anche il Giornale del Sud. Fa la chioccia, un gruppo di giovani con lui. Catania, drogata, loro che fanno. Scrivono di ciò che è destinato a rimanere occultato, nascosto. Di traffici di droga. Di chi comanda a Catania. Di boss e di editori che vanno a caccia con loro. Un chilo di tritolo per intimargli di fermarsi, poi il licenziamento, e i Siciliani. Si combatte sul serio, nel mirino la base Nato, i Cavalieri del lavoro, le foto di Santapaola con politici, imprenditori, questori e uomini di chiesa, la merda del potere mostrata in piazza.

Giuseppe, da un suo scritto un sinistro presagio. Tu mi devi spiegare chi ce lo fa fare. Lo sai come finisce: mezzo milione a un ragazzotto qualunque e quello ti aspetta sotto casa. 

Sono le 21.30 del 5 gennaio 1984. Giuseppe è in auto, la sua Renault 5, in via dello Stadio, a un passo dal "suo" Teatro. Su di lui una pioggia di proiettili, alla nuca. Gli spararono da dietro, da vigliacchi. Come tutti i mafiosi. Illudendosi che 5 proiettili potessero uccidere la storia di Giuseppe e il coraggio dei suoi ragazzi.

 Ero a Catania quell'anno, 1984, secondo di Giurisprudenza, quegli anni. Ricordo quella sera terribile e le altre che seguirono. Ricordo i funerali nella piccola chiesa francescana di Santa Maria della Guardia, che non c'era quasi nessuno delle autorità, ma che c'erano tanti universitari, perché quel giorno, triste, cominciò la liberazione di una città disgraziata e bellissima, di un popolo. Fin quando abitai a Catania, ogni 5 gennaio mi ritrovai con compagne, amici in quella strada di fronte quel teatro, per ricordare un uomo coraggioso, e la voce degli uomini liberi, che nessuna pallottola potrà mai soffocare. Ti onoro, Giuseppe!

 

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