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Avvocato errante? No, ma per l'esercizio della professione non è obbligatorio avere uno studio

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Il Consiglio di Stato con sentenza n. 653 del 21 gennaio 2021 ha statuito che l'esercizio della professione forense non obbliga un avvocato ad avere un ufficio dedicato.

Ma vediamo perché.

Aprire uno studio: nessun obbligo per l'avvocato

Innanzitutto, occorre fa rilevare che l'art. 7 della Legge n. 247/2012 prescrive che:

  • l'avvocato deve iscriversi nell'albo del circondario del tribunale ove ha domicilio professionale;
  • tale domicilio di norma coincide con il luogo in cui svolge la professione in modo prevalente;
  • la variazione del suddetto domicilio va tempestivamente comunicata dall'iscritto all'ordine.

L'avvocato che stabilisca uffici al di fuori del circondario del tribunale ove ha domicilio professionale ne dà immediata comunicazione scritta sia all'ordine di iscrizione, sia all'ordine del luogo ove si trova l'ufficio. Presso ogni ordine è tenuto un elenco degli avvocati iscritti in altri albi che abbiano ufficio nel circondario ove ha sede l'ordine. 

Gli avvocati italiani, che esercitano la professione all'estero e che ivi hanno la loro residenza, mantengono l'iscrizione nell'albo del circondario del tribunale ove avevano l'ultimo domicilio in Italia. Resta fermo per gli avvocati [...] l'obbligo del contributo annuale per l'iscrizione all'albo.

Dal tenore letterale di questa disposizione, si evince che non sussiste alcun obbligo per l'avvocato di avere un ufficio dedicato per l'esercizio della professione forense. Incombe sul professionista solo l'obbligo di avere un domicilio dove essere reperibile. Neanche il codice deontologico forense impone agli iscritti agli albi degli avvocati di avere la disponibilità di un ufficio ad hoc. In assenza di una norma impositiva, ad avviso dei Giudici aditi, ciò che conta è la reperibilità dell'avvocato presso un numero contattabile e un domicilio.

D'altro canto, non potrebbe essere altrimenti, soprattutto in un contesto come quello attuale, dove la tecnologia consente anche ai professionisti in questione di lavorare da remoto e da casa. E, ove essi volessero ricevere i clienti, evitando un contesto casalingo, potrebbero usufruire delle strutture coworking che consentono i) di noleggiare per poche ore sale riunioni e ii) di utilizzare alcuni servizi complementari come quelli di segreteria (n.d.r.). 

Lo studio legale non è luogo aperto al pubblico

Un'altra questione sottoposta all'attenzione dei Giudici amministrativi concerne l'ipotesi di un avvocato che decide di dedicare un ufficio all'esercizio della sua professione. In tali casi lo studio legale va inteso come luogo aperto al pubblico? Secondo il Consiglio di Stato, no, atteso che da quanto emerge dalla costante giurisprudenza penale, chi accede allo studio di un avvocato, o vi si trattenga, contro la volontà del titolare, commette il reato di violazione di domicilio previsto dall'art. 614 c.p. (Cass. pen., n. 35767/2018). Questo implica che lo studio legale è un luogo privato chiuso alla generalità delle persone e accessibile a una data categoria di aventi diritto. Ne consegue che lo studio legale inteso come luogo privato non è soggetto alla specifica disciplina delle barriere architettoniche.

Riepilogando l'orientamento del Consiglio di Stato, si può affermare che l'avvocato :

  • non è obbligato a disporre di uno studio,
  • gli è consentito di svolgere il relativo incarico professionale con modalità che prescindono dalle barriere architettoniche,
  • può svolgere il proprio mandato anche recandosi presso la parte, in un luogo che questa ritiene adeguato alle proprie esigenze, anche di salute;
  • può recarsi al domicilio di un cliente disabile qualora questi abbia difficoltà ad allontanarsi.

Alla luce di quanto sin qui esposto, non possiamo certo parlare di avvocato errante, ma di certo possiamo parlare di una figura professionale evoluta al passo con i tempi e ben lontana da quella tradizionale (n.d.r.). 

 

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