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I clienti, se non pagano subito, non lo faranno mai più, comportatevi così (da "Volevo fare l'avvocato")

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Ogni tanto fa veramente bene al cuore.
Qualche intoppo ci induce a non prenderci mai troppo sul serio. Parto dal secondo corno di questo paragrafo per chiarire quanto sia ampia e variegata la vita dell'avvocato quando riceve.
Vi ricordate quello splendido film intitolato Quel che resta del giorno?
C'era come protagonista un maggiordomo inappuntabile, uno strepitoso Anthony Hopkins il quale confessava che – ai tempi in cui serviva all'interno della casa dove si trovava – non aveva mai sentito la necessità di viaggiare per il mondo.
Il mondo entrava in casa, non c'era bisogno di viaggiare o di partire.
Così è per noi sotto l'aspetto dell'umanità. In ufficio entra di tutto.
Il bello è questo, sapete. L'umanità. Noi siamo lì, seduti sulla nostra sedia, e i problemi sciamano verso di noi sotto le vesti più disparate.
Quando ricevo mi tengo sempre i codici a portata di mano. Non ho vergogna di consultarli sotto gli occhi dei clienti. La loro compulsazione mi garantisce di non dire sciocchezze e di guardare un proble-ma da angoli diversi. Tutti corretti.
Inoltre, a volte, mi ha attirato le simpatie di clienti che si sentono rassicurati da quella lettura nella quale intravedono lo scrupolo.
Il diritto è un mare sconfinato e noi possiamo solcarlo soltanto con i codici a bordo. Prima di rispondere a qualunque domanda sfogliate.
Il cliente può aspettare.
Non si risponde mai a caldo, a meno che la materia non sia cosa nostra e quindi si possa fare a meno di andarla a rivedere.
È importante non stare delle ore con il cliente. Agli inizi la mano potrà scapparci. Poi cambieremo in modo impercettibile.
Ciò che conta è il colpo d'occhio, l'occhio clinico che ci consente di arrivare subito al nocciolo del problema.
A volte non è proprio semplice ma se ci aiutiamo con le leggi, i codici e qualche sacro testo, il nodo si fa vedere.
Sono agli inizi della mia tormentata carriera. Un giorno arriva un tizio.
Chiedo all'impiegata – come faccio sempre prima di ricevere una persona nuova – come si presenti.
Fa una faccia strana. Mi dice che è tutto vestito di nero, con gli occhiali scuri. Indossa anche un cappello, nero. L'uomo nero delle favole, l'incubo di ogni bambino. Lo faccio entrare ed in effetti la prima sensazione è di trovarmi di fronte ad uno squilibrato. Non si può mai dire e non voglio farmi ingannare dalla prima impressione che spesso tradisce.
Gli chiedo cosa possa fare per lui. Inizia a parlarmi di una commissione medica e di un giudizio che ritiene ingiusto nei suoi confronti. Lo ascolto e cerco di valutarlo, come faccio di solito. Ascoltare le persone permette di capirle almeno un po'. Guardo subito il verbale della commissione per vedere se i termini per un'eventuale impugnazione siano indicati. Li trovo subito. Sono clamorosamente scaduti. Lo blocco immediatamente e gli dico che è venuto da me troppo tardi. Non mi ascolta neanche.
Mi chiede se senta anch'io delle voci.
Non afferro subito di cosa mi stia parlando. Mi dice che lui li chiama pirati della bionica.
Comprendo che l'individuo seduto davanti a me non è del tutto giusto, come diciamo in casa mia, e come avevo fiutato fin dall'inizio. Gli domando chi l'abbia mandato da me, a bruciapelo, come il pen- siero mi è arrivato. Mi risponde che è stato un mio collega di cui mi fa il nome. Aggiunge – quasi compiaciuto – che questo avvocato gli avrebbe tessuto le mie lodi sul fatto che io sia una specie di guru in casi come il suo.

In Amici miei, il famoso film che tante volte abbiamo visto, si dice che il genio sia frutto di un'intuizione fulminea, quasi fosforica.
È un attimo e bisogna saperne approfittare. Non faccio una piega. Ho capito.
Gli dico che è tutto vero, sono un'autorità in materia ma chi ha veramente da insegnare in quel campo – me compreso – è la sorella del collega che lo ha mandato da me e lo rispedisco al mittente, seppur da parte della sorella.
Una vendetta che giudico sul momento raffinata.
Meno male che il mio simpatico mittente possiede una sorella avvocato, altrimenti sarei stato davvero in difficoltà.
Un altro scherzo – chiamiamolo così – che accettai con fair play fu un altro.
Arriva in studio una signora abbastanza giovane. La segretaria mi dice che si presenta bene. In effetti è una signora ancora piacente, molto curata nell'aspetto.
Si siede e mi porge un decreto di archiviazione. Mi spiega che lei vorrebbe far riaprire quel caso. Le spiego che essendo intervenuta un'archiviazione abbiamo bisogno di nuove prove, corpose, per farlo riaprire. Mi dice che è il fratello, il colpevole. Continua aggiungendo che ha sempre voluto farla lavorare. Confesso di non avere capito subito.
Riguardo il decreto e realizzo che il reato in questione è lo sfruttamento della prostituzione.
Capisco allora cosa intenda dire quando parla di lavoro. Le dico che comunque il problema resta. Se non ci sono nuovi elementi, non so come far riaprire il caso. Vedo che mi guarda perplessa. Sospira e mi fa: Avvocato, guardi che lei non ha capito. Mio fratello mi sta avvelenando ogni giorno che passa.
Scusi signora, non capisco.
Mi cosparge la passamaneria di veleno.
Anche nella biancheria intima me lo mette. Vuol vedere?
Ma porca puttana, penso in quel preciso momento, ma tutti a me, i pazzi?
No signora! Ci credo, grido alzando le mani.
In quel momento realizzo che la donna ha qualche problema con la sua psiche. Assumo quindi un atteggiamento pensoso, del tipo l'uomo che pensa di Rodin. Ho capito il problema, aggiungo. Si tratta di una causa veramente complessa. Mi porti subito 10 milioni (c'erano sono ancora le lire, che bellezza) e la affronteremo con la dovuta cura. In un battito d'ali, come una farfalla entrata dalla finestra, guadagna l'uscita, me la sono cavata con grande semplicità. I clienti sono pazzi ma quando gli chiedi i soldi, rinsaviscono. Subito e in quei frangenti diventano lucidi come rasoi.
Un'altra volta arriva in ufficio un signore mai visto, piuttosto avanti negli anni. Mentre lo ricevo – sono ancora i tempi in cui sono solo e quindi devo badare al telefono anche quando ho davanti un cliente – commetto l'errore di rispondere alle telefonate in arrivo. Il tipo a un certo punto si imbestialisce e comincia a sbraitare come un ossesso. Riesco a metterlo alla porta mentre urla che mi denuncia.
Non capisco il motivo ma imparerò a mie spese che ogni cliente insoddisfatto, quando infila la porta, non so se per darsi un tono, mi urlerà che mi denuncia.
Un'altra volta mi capitò una signora anziana, estremamente facoltosa. La prima volta che venne da me si trattenne in ufficio quasi un'ora.Le fornii una consulenza molto accurata. Al termine del colloquio mi disse che mi aveva osservato ed era giunto alla conclusione che ero il tipo di professionista che ricercava da tempo. Una specie di Santo Graal degli avvocati. Data l'età della cliente, non vi nascondo che provai un'intima soddisfazione, nonostante la assurda iperbole. Il nostro rapporto durò per qualche anno e lei stesso mi portò delle cause di un certo respiro. Notavo tuttavia che ogni controversia in cui sembrava finire come una mosca nella ragnatela, aveva sempre qualcosa di poco chiaro, di costruito. Sentivo che in alcuni casi la mia cliente ci mette- va del suo per fottere il prossimo. Dovevo quindi sempre stare un poco attento alle richieste che mi piaceva.
Siccome i nostri rapporti cominciarono a rarefarsi anche in virtù di questo atteggiamento per cui mi richiedeva cose che io non potevo darle, anche i pagamenti richiesti cominciarono a subire la consueta cabrata verticale verso il basso, è sempre così. Si parte in tromba con un cliente e ci si giura amore eterno. Poi qualcosa non combacia più e tu continui a fare il tuo lavoro ma il cliente si convince che non ti deve più pagare come prima.
Comunque.
All'ennesima litigata con la tizia, mi disse a muso duro che mi avrebbe denunciato.
Anche lì naturalmente non capii il motivo, ma reagii all'istante. Le dissi di farlo subito perché io avrei immediatamente richiesto un decreto ingiuntivo contro di lei per i soldi che mi doveva. Dopo qualche ora sentii suonare alla porta. Era la donna.
Era tornata con l'assegno. Il mio praticante del tempo mi disse che mi voleva anche chiedere scusa. Giuro che con le persone anziane non lo faccio mai. Ma con quella signora sentivo che non esisteva nulla, se non un rapporto di lavoro dove avrebbe sfruttato anche il minimo errore per prendersi su di me un'assurda rivincita. La ricevetti seduto, senza alzarmi. Da villano. Mi mise l'assegno subito so- pra la scrivania. Non so che farmene, le dissi a muso duro. Mi domandi scusa, prima.
Sono e mi considero troppo onesto per sorvolare su questo tipo di cose. Lo fece. Molto bene, e mi presi l'assegno. La accompagnai alla porta senza dire una parola e la salutai meccanicamente. Tra di me, pensavo, la resa dei conti è soltanto rimandata.
Non mi sbagliavo.

 Qualche mese dopo mi fece telefonare da una mia collega per avere indietro tutte le sue pratiche.
Gliele consegnai fino all'ultimo foglio ed emisi tra di me un sospiro di contentezza.
Mi ero liberato di una cliente pericolosa. Naturalmente il nostro rapporto non finì così.
Il termine coincise infatti con una sentenza che venne pubblicata in una sua causa e che la vide soccombente. Avevo studiato quella causa – ero io l'attore – per un giorno intero prima di stilare l'atto di citazione. L'avevo pesata al millimetro.
Eppure il Tribunale mi aveva dato torto. Capita.
Oltretutto avevo dovuto riesumare una antica questione della cliente che anche un espertissimo avvocato civilista – prima di me – aveva qualificato seguendo lo stesso istituto di cui mi ero invaghito anch'io. Ma non aveva funzionato.
Dopo qualche mese, al rientro dalle ferie di agosto, mi arrivò una sera un fax di un avvocato che mi preannunciava un'azione di responsabilità professionale in nome e per conto della mia vecchia cliente. Si era rifatta viva con una motivazione estrema- mente discutibile. Ciò che mi colpì di quella scarna comunicazione, tuttavia, fu la forma.
Il collega mi preannunciava l'azione e mi chiede- va di fornirgli comunque la mia versione dei fatti in relazione alla causa per cui mi stava denunciando.
Lì per lì non vi diedi importanza.
Mi sembrò una lettera avulsa dalla realtà. Oltretutto pensai che il collega fosse un degno avvocato di cotanta cliente. A che titolo mi domandava la mia versione dei fatti se disponeva delle carte processuali, ossia dell'intero fascicolo?
Restai in dubbio per una notte e mi arrovellai tra mille dubbi che comunque mi avevano assalito.
Il giorno dopo, a mente più fresca, gli scrissi un fax laconico, che rispecchiava il mio pensiero: non scassarmi e fatti dare la versione dalla tua cliente chè la mia stava nelle carte, bella scritta. Non li sentii mai più. Non fu un buon modo per concludere un rapporto ma almeno in quel modo potei permetter- mi di non avere più remore nei confronti dell'anziana signora. Il rapporto con le persone resta molto delicato, praticamente sempre appeso a un filo.
A volte basta un nonnulla per spingere una persona a cambiare avvocato. I segnali premonitori sono ormai codificati, sono cioè univoci nel loro significante. Esistono degli atti tipici dai quali è possi- bile dedurre che il cliente sta cercando una scusa per darti il benservito. Diciamo che si tratta di una sensazione veramente sgradevole, che si tocca con mano soprattutto durante i colloqui.
Precisiamo.
Durante gli ultimi colloqui che l'avvocato intrattiene con un cliente che si accinge a lasciarlo.
Ogni volta mi dico che si tratta di un evento naturale ma ci resto male comunque.
Mi ripeto sempre in testa le parole di un mio illustre collega il quale ama dire che noi siamo liberi di assumere o meno le difese che ci propongono mentre i clienti restano liberi di emigrare verso paesi più caldi per loro. Come gli uccelli.
Ma rimane una piccola ferita che brucia sempre. Vi dicevo. Il cliente comincia ad arrivare in ufficio scortato da qualche parente o amico e/o amica indefinita. Si siede sulla sedia con un atteggiamento provocatorio.
Fa domande di cui si sente la preordinazione tre ore prima. Fa vedere di essersi consultato prima con qualcuno, magari con un collega che non ha piacere di disvelarsi. Fate una bella cosa.
Dategli voi il benservito, senza tanti giri di parole. Così vi togliete subito un problema e non ci pensate più. Quando la fiducia si incrina non sperate di recuperarla. Sarebbe una minestra riscaldata oltre- tutto fonte di nuovi problemi. È sbagliato cercare di trattenere un cliente oramai divenuto ostile.
Il nostro lavoro va svolto in assoluta serenità e con una certa soddisfazione. Non si può scrivere un atto ben fatto o difendere qualcuno in aula che è maleducato con voi. Chiedeteci tutto ma non questo. Abbiamo la possibilità di sceglierci i clienti, almeno dopo tanti anni. Bene, allora usiamola.
Dormiremo sonni più tranquilli e un nuovo cliente – in sostituzione del vecchio – sta già bussando alla vostra porta.

 

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