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Marco Ramat, il "giudice comunista" e il commosso ricordo del papà

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 Marco Ramat (Firenze 1931 - Roma 1985). Nel 1963 fu tra i fondatori della corrente  "Magistratura democratica". Dal 1972 al ' 76 Ramat fu poi segretario generale di "Md" e nel 1976 fino al 1981 membro del Consiglio superiore della magistratura. componente del Consiglio Superiore della Magistratura, consigliere della Corte di Cassazione. Militante nel Partito Comunista ltaliano, fu responsabile del settore giuridico del Centro per la riforma dello Stato e consulente giuridico della Commissione Antimafia. Autore di numerosi saggi su "Il Mondo" e "Il Ponte", coautore con Paolo Barile e Federico Mereu di un Corso di diritto, La Nuova Italia, Firenze 1981, nel 1987 pubblicò a Roma presso Editori Riuniti il libro di memorie Primo codice, con prefazione di Pietro Ingrao.

da: Primo codice, Editori Riuniti, Roma 1987.                                                                                               Compleanno del Babbo

Quando pareva che fossero lì lì per realizzarsi le accreditate previsioni che - non so su quali basi davano per assolutamente certo il ritorno in libertà del babbo con una semplice ammonizione, accadde invece che il babbo venne condannato a un anno di confino, per ignota destinazione. Il giorno della decisione della Commissione di Polizia fu proprio quello destinato dal regolamento carcerario alla consegna del pacco viveri ai detenuti (preoccupazione non lieve, poiché il tesseramento era già pressoché totale).       La sera avanti la mamma, certa che né il giorno dopo, né mai più, fosse da preparare il pacco, era rimasta con le mani in mano. Io tornai da scuola sicuro che per l'ultima volta non avrei trovato il babbo. A casa la mamma non c'era, mobilitala alla prefettura in attesa della decisione. Eravamo quindi soli noi ragazzi a mangiare; ma quando si era già alla frutta, arrivò una telefonata della mamma che diceva di preparare il pacco viveri, come al solito. Capii subito che era andata male, che le previsioni più accreditate non si erano realizzate, e me ne sgomentai, non sapendo quale decisione avrebbe sostituito quella più attesa. 

Quando la mamma tornò disse che si trattava di un anno di confino, e lo sgomento rimase, non tanto per la sanzione in sé e per sé (si trattava a Ogni modo di un parziale riacquisto di libertà), quanto per la preoccupazione perla nostra sorte, su che cosa avremmo mangiato, senza lo stipendio del babbo per così lungo tempo. Le decisioni della Commissione, per la parte che ricordo, furono queste: Pieroni, diffida; Francovich, ammonizione; Ramat, un anno di confino; Calogero, due; Codignola, tre; Enriques Agnolotti cinque, il massimo. Dei confinati ancora nessuno sapeva in che parte di mondo sarebbe stato sbalzato. Questo si seppe più di venti giorni dopo. Enriques ad Avezzano; Codignola a Lanciano; Calogero, se non sbaglio, in un paese della Calabria, il babbo a Larino, nel Molise.

Il babbo partì da Firenze accompagnato da due agenti, il 26 giugno,giorno del suo compleanno. Le ultime ore prima della partenza le trascorse a casa, dove aveva avuto il permesso di passare per prendere i bagagli e per salutare. Non fu un pomeriggio triste, con la casa piena di parenti, oltre ad alcuni amici e alcune delle scolare più affezionate al babbo. Nello studio, che aveva la finestra sulla strada, stazionava un agente col compito di vigilare su chi entrava in casa.                                Mangiammo e bevemmo in serenità. Sapevamo che di lì a pochi giorni, non appena avesse trovato casa a Larino, avremmo raggiunto il babbo per tutta l'estate. Lo salutammo quindi a presto.                Dovettero però passare circa due settimane. Quasi ogni giorno il babbo scriveva che era difficilissimo trovar casa, vuoi per le difficoltà obiettive, vuoi per la diffidenza che generalmente, come confinato, lo accoglieva. Finalmente una bella mattina, tornando dalla coda dell' ortolano, trovai la notizia: la casa c'era, quindi potevamo partire. Il babbo avvertiva però di non aspettarci molto dall'abitazione: si trattava di una vecchia cappella riadattata, sulla via di circonvallazione della cittadina.

 Intermezzo - Larino

Il "confino" di noi familiari durò circa due mesi e venti giorni.Mi sono rimaste, di quel periodo, le "cronache" che scrivevo come compito perle vacanze. Ne riporto alcune, accompagnate da noterelle.

                                                                        I

Prima ancora di far colazione all'albergo uscii col babbo ed ebbi la prima impressione del paese. Camminavo stordito andando dietro al babbo, mi pareva di essere in treno ancora, e vedevo le case muoversi davanti ai miei occhi. Arrivammo in piazza, che è proprio al centro del paese, e le verdure ammassate sui banchi per il mercato mi fecero piacere agli occhi. Ma non ci fermammo, proseguimmo verso la chiesa. Il turchino nitido del cielo formava un contrasto magnifico col grigio antico della chiesa.

Io mi stancai presto di ammirare e guardai intorno a me: vidi una donna che ritornava, con un recipiente di rame, che non so ancora come si chiami, in testa, senza reggerlo con le mani, dalla fonte (ma questa non la vidi, sennò sarei rimasto stupefatto). Però rimasi stupito ugualmente; come faceva a non farla cascare? E come andava spedita, saliva e scendeva marciapiedi come nulla: non la guardai più perché fui attratto da un bisticcio tra due donne, mi sarei divertito a sentirlo, ma non capivo una parola di quello che dicevano. Ritornammo così all'albergo e il babbo mi disse strada facendo: "A casa ci sono ancorai muratori, verrete dopo mangiato, ma non vi fate illusioni, dunque si entra dalla porta e subito c'è una stanza tutta arcate, in fondo c'è un arco e si entra nell'altra stanza...".

- O non erano tre le stanze?                                                                                                                                        - Ma sì! Mi volevano dare un locale sotto, dove ci stava e ci sta ancora delle pietre, della calce,                  rena ecc., ma io non l'ho presa, perché lì la Sandra non ci può dormire, data l'umidità che c'è, e allora, cosa si tiene a fare? Sicché si entra nell'altra stanza, più comode, a destra c'è una tenda, si tira, e lì dietro ci sarà la camera della Sandra. Stai attento, poi, che la sola apertura è la porta.

- E le finestre?                                                                                                                                                                - Non ci sono, prendono luce dalla porta di fuori, per questo non c'è niente fra una stanza e l`altra.           Poi, vedendo che io ero rimasto sbalordito, soggiunse:                                                                                        - Del resto non ti meravigliare, tutte le case qua sono così, ora ti farò vedere.

Non ci fu bisogno di aspettare, essendo tutte le porte spalancate, così potei vedere ciò che il babbo aveva detto, case con due o tre stanze tutte prendenti luce dalla porta, il letto accanto alla tavola da mangiare e al camino e mosche da non si dire. Sulla soglia stava un bambino di due anni nudo; ma ho fatto esperienza che questi non son rari, anzi. Dappertutto un vocìo del quale non capivo una sillaba e ogni tanto un grido stridulo di qualche ragazzo che correva scalzo, con un pezzo di pane bianchissimo in mano, il che faceva un contrasto davvero incredibile.

Più volte girando con il babbo per il paese, ci capitò di sentirci seguiti dal grido "inglé" (inglese) lanciato da alcuni ragazzi. Al riguardo noi offrivamo queste due spiegazioni: gridano "inglese" perché sanno che il babbo è confinato per ragioni politiche: è quindi un nemico del regime, cioè dell'Italia, e perciò inglese. Oppure: gridano "inglese" perché il babbo porta i calzoni corti, come gli inglesi.

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Andammo a visitare la casa e ci portammo tutti i bagagli, e per fare questo chiamammo un uomo con un carretto. Venne e caricò la roba, il babbo gli disse: - Stia attento perché c'è roba fragile. - Quello assicuro di sì e ci mettemmo in cammino; passammo dalla piazza e poi dalla fonte, ma ero così attento al cammino del carretto che non ci badai, e la mia attenzione non era di troppo perché fatti altri pochi passi una valigia caricata male cascò trascinandone un'altra, così perdemmo tempo a ricaricarle.

Finalmente arrivammo, un cancellino, undici scalini ripidissimi, o muri che perdevano il bianco preso da poco e in cima un terrazzino tutto pillacchere di calcina. Entrammo, c'erano i muratori che lavoravano uno ai fornelli e uno alle pareti, per tutta mobilia c'era un letto matrimoniale, tutto il resto della mobilia lo dovevamo calare dalla finestra di sopra; il pavimento era di mattoni tutti spezzettati, e la signora Astolfo (la padrona) ci spazzava con una figliola. La signora Astolfo è a lutto per il marito, sono parecchi  anni, ma lei, come tutte le donne di campagna, veste di nero, e ha due guance paffute e rosse benché abbia i capelli quasi bianchi, e queste non si accordano perfettamente coi suoi abiti scuri, inoltre ha una voce melata che di fronte alla voce forte di tutte le altre donne di quassù è proprio singolare. La sua figlia, di ventun anni, non le rassomiglia per niente, è riccioluta e parla con una voce lemme lemme e sorridendo in una maniera che pare che canzoni; e l'ho sempre veduta con lo stesso vestito.

In casa di tanto in tanto veniva un cane di un muratore che il babbo pigliava a calci perché andava sotto il letto a spulciarsi. I muratori andavano via e noi, stati un altro pochino in casa, uscimmo a fare una passeggiatina qui vicino. Girarammo per la strada di circonvallazione fra nugoli di mosche, perché legati a certi anelli al muro c'erano dei maiali e ogni dieci passi c'erano dei cavalli. Parlammo della casa, io non me l'aspettavo così (altro che descrizione del babbo!) e anche gli altri la pensavano come me: che pavimenti, che muri, che scale, era meglio non pensarci. Poi per andare al piano di sopra bisogna fare un giro di duecento metri e forse più; ne facemmo subito esperienza perché la signora ci aveva invitati ad andare da lei e noi ci andammo; lei ci offrì del caffè, e poi, siccome il babbo e la mamma vovevano uscire, noi rimanemmo soli. Paolo e Silvio si diedero a girare per la stanza, io per un pochino li badai, ma dopo mi lasciai andare su una poltrona e mi addormentai.

Quando mi svegliai mi doleva terribilmente la testa; ritornammo all'albergo a mangiare e così mi passò.  Nel paese ci fu una sola famiglia con la quale allacciamo relazioni. Si trattò della famiglia Lanceri, concessionari della autolinea che congiunge va il paese alla stazione ferroviaria.                            Il capofamiglia era sempre in giro con l'autobus: qualche volta, mentre lui guidava, la moglie gli faceva da fattorino, un donnone più largo che lungo coi capelli grigi. Era gente cordialissima; ci mandavano sempre le uova fresche e altri prodotti dei loro fondi. Aumentando la confidenza, i due figli maggiori; Giuseppina e Nicola, studenti l'una di ginnasio, l'altro di scuola media  cominciarono a prendere lezioni dal babbo e dalla mamma di italiano; latino e francese. Quando il babbo dava lezioni di latino alla Giuseppina, le prime volte non capiva come mai Nicola se ne stesse impalato nella stessa stanza; solo in seguito, quando acquistò dimestichezza con l'atmosfera paesana, comprese che ciò dipendeva dalla impossibilità che un uomo e una donna restassero soli. Il giorno della partenza fummo tutti invitati a pranzo dai Lanceri. Memorabile mangiata, che faceva spicco, pur chiudendo un'estate durante la quale assai poco i rigori del tesseramento erano stati avvertiti, perché in paese i più erano contadini senza figurarlo: quindi erano a tesseramento, ma non ritiravano le razioni, che venivano vendute a bottega. Cera, così, un po' d'abbondanza di pasta, olio, zucchero e marmellata.

 

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