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Da ragazzino volevo fare tutto dal pirata alla ballerina al Bolscioi, ma l'avvocato proprio no (da "Avvocà, non solo grazie")

caravita

 Ho guardato fuori del finestrino dell'autobus, e poi sono tornato con lo sguardo sulla persona di fronte a me. E in un attimo ho compreso di avere completamente perso la memoria.

Chi sono? Perché sono su questo autobus? Dove sto andando? Da dove vengo?
Non ho paura: solo non riesco a rientrare in me stesso. E' una strana sensazione. Sono una persona che non sa chi è. Cioè, io so di essere, ci sono, sento il mio corpo contro il sedile dell'autobus, ho un leggero dolore ai piedi perché evidentemente devo avere camminato parecchio, mi sento sudato, percepisco perfettamente l'odore della persona vicino a me, le mie mani stringono una borsa, e quindi sono, indubbiamente sono. Ma chi sono, perdio? Come è possibile che non ricordi il mio nome, per esempio?
Ecco, potrei aprire la borsa e guardarci dentro. Qualche indizio lo troverei. E se non sapessi più leggere?
Ma sei scemo, mi dico, se sai cosa vuol dire leggere non ti puoi essere scordato come si fa. E se non avessi mai imparato? Sei pazzo, continuo a dirmi, per sapere che una cosa si può imparare devi conoscerla, se no non ti porresti il problema.

Alzo lo sguardo e vedo un cartellone pubblicitario "Grande promozione di primavera: paghi uno e prendi due"

Ecco, allora so leggere, e questo è già un bel passo avanti.
Ma come è possibile che non ricordi niente di me?
La borsa pesa sulle mie gambe. La apro: dentro c'è un mucchio di carte. Le tiro fuori, con circospezione. Fai attenzione, qualcuno si potrebbe arrabbiare. Ma che cazzo stai dicendo, se la borsa ce l'hai vuol dire che è tua, no?
Ecco, ho appena fatto un'altra scoperta: ho detto cazzo, e sono perfettamente consapevole che è una parolaccia. Ma sono in una bolla d'aria, se qualcuno mi parlasse non saprei che cosa rispondere. E sapere che cazzo è una parolaccia non mi consola.
Certo ,quando ero bambino se solo avessi pensato una parola come cazzo mio padre mi avrebbe dato un ceffone. Mio padre: ma quanto tempo è che non lo vedo? Ventiquattro anni, cretino, è morto ventiquattro anni fa.
Ah, caro papà, come ricordo bene il tuo ultimo giorno di vita.
Ma come, non sai chi sei e ti ricordi un giorno di ventiquattro anni fa?
Si, cazzo, me lo ricordo. Mi ricordo, papà, che la sera prima ti eri visto con me un film. Era "Peppone e Don Camillo" con Gino Cervi e Fernandel.
Bello smemorato che sei. Ti ricordi pure i nomi degli attori di un film, ti ricordi una serata di ventiquattro anni fa, e non ti ricordi chi sei.
E' così, perdinci, sono su questo autobus che viaggia, non so se sto andando a est o a ovest, a nord o a sud, non so come mi chiamo, non so dove sto andando. Mi si è bruciato tutto, sto viaggiando in un mondo che non conosco, spero ardentemente che nessuno mi parli fino a quando non ho ritrovato la memoria, e contemporaneamente spero che qualcuno si accorga del mio stato e mi chieda se ho bisogno di aiuto. Per esempio, se sto su un autobus dovrò pure scendere da qualche parte, no? Ma non so proprio dove.
E però mi ricordo che girandomi all'improvviso, ventiquattro anni fa, vidi mio padre che guardava questo vecchio film in bianco e nero, una commedia semplice e sincera di 50 anni fa, e invece di sorridere lo scoprii che piangeva in silenzio, con grandi lacrime che scendevano sulle sue guance. Non era un pianto di disperazione: era il pianto di chi si ricordava la sua gioventù, e si accingeva a dare il saluto al mondo. Io non lo sapevo, ma mio padre era pronto ad andarsene , e piangeva come può piangere un bambino, o come può piangere un vecchio che è giunto al compimento.
Stronzate, lo so. Eppure mio padre era lì, con queste lacrime sul viso che scendevano ed erano l'unica cosa in movimento.

 Dunque, sono su un autobus, so che cosa è un autobus, so dire cazzo, so leggere, ho una borsa sulle gambe, mi ricordo di mio padre, ma non so da dove sono partito, non so dove sto andando, non so nemmeno come mi chiamo.

"Giuseppe" una madre intima al figlio qualcosa, e io faccio un salto sul sedile. Quando il "Giuseppe" è partito imperioso ho sentito una morsa allo stomaco. Dunque mi chiamo Giuseppe, perfetto.
Apro la borsa. Qualche indizio lo troverò. Esce fuori un mucchio di carte. Sopra a tutte c'è una lettera, una lettera di un avvocato. Leggo con attenzione. Chissà cosa avrò combinato e per quale motivo mi scrive un avvocato.
Ecco, lo vedi, mi dico, la testa ti funziona, fai dei ragionamenti che hanno un senso. Leggi questa cazzo di lettera e vedi cosa hai combinato, e chi ti corre appresso.
L'intestazione dice "Avvocato Giuseppe Caravita di Toritto": opporca miseria, mio padre si chiamava Caravita di Toritto, me lo ricordo bene.
Mi ricordo che ero su una spiaggia, ero piccolino, e litigai con un ragazzino. Spintoni, urla, intervenne la madre, intervenne mio padre, io sono la moglie del notaio Tal de Tali, io sono l'avvocato Caravita, e ci aggiunga il di Toritto, sventolando l'indice, e la moglie del notaio capisce ci aggiunga il dito ritto, cioè se lo metta da qualche parte, e succede un putiferio.
Dunque se mio padre era Caravita di Toritto, anche io sono Caravita di Toritto. La signora ha rimproverato il figlio Giuseppe e io ho fatto un salto, quindi mi chiamo Giuseppe. Quindi io sono Giuseppe Caravita di Toritto. E, cazzo, sono un avvocato.
Io, avvocato?
Ma no, dai, ma cosa stai dicendo. Io da ragazzino volevo fare tutto, il pompiere, il poliziotto, il pilota di aerei, il pirata, la ballerina al Bolscioi, ma l'avvocato proprio no.
Riguardo la lettera. C'è proprio scritto "Avvocato Giuseppe Caravita di Toritto". La leggo, e apprendo che ho intimato a Tizio di pagare una cifra che a me sembra enorme entro dieci giorni dalla ricezione della presente raccomandata. E se non ce li ha questi soldi, questo povero cristo, dove li trova entro dieci giorni tutti questi soldi? E che cosa gli scrivo io, a questo poveruomo? Che se non paga mi rivolgo alle autorità competenti…
Ammazza come sono diventato stronzo…io che da ragazzino tornavo da scuola a casa a piedi e mi perdevo dietro a ogni albero del viale perché sognavo torme di nemici, pellerossa, vietcong, soldati cattivi, ai quali sparavo facendo versi strani con la bocca e puntando, nei giorni di pioggia, l'ombrello che avevo portato con me ma che usavo come se fosse un fucile e che mi guardavo bene dall'aprire.
Allora sono l'Avvocato Giuseppe Caravita di Toritto. Che nome lungo. E ho pure una bella firma, a quanto vedo dalla lettera. Chiara, aperta, scritta con una penna stilografica…sarà, ma a parte sapere come mi chiamo, non ho altri elementi per uscire dalla nuvola in cui sono entrato.
Dove diavolo sto andando?
L'autobus si è fermato. Guardo fuori. C'è una bella piazza, c'è il sole che splende, c'è tanta gente che cammina.
Decido di scendere e farmi due passi. Magari l'aria mi rinfresca le idee.
Scendo. "Giuseppe" sento chiamare. E no, non ci casco, belli miei. E' un altro Giuseppe che state chiamando. "Giuseppe". Che bella voce, mi sembra di conoscerla.
"Giuseppe", mi giro e guardo: è il mio sole , la mia luna, il mio Nord e il mio Sud. E' l'amore della mia vita.
In un attimo ho ritrovato la strada e so di nuovo chi sono. E' bastato un sorriso, e sono tornato a casa, quella vera, quella del cuore: e questo è stato il mio sogno di stanotte.

 

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