La posizione uscita pochi minuti fa dal vertice di maggioranza tenutosi a Chigi è sorprendente. Il centrodestra dichiara di voler aprire un confronto con le opposizioni sulla legge elettorale, mantenendo però come terreno della trattativa il disegno di legge Malan-Bignami. Si tratta del testo, presentato unilateralmente nei due rami del Parlamento il 26 febbraio, in piena campagna referendaria, che non avrebbe bisogno di limature, ma puramente e semplicemente di essere ritirato. Un testo, si aggiunga, per il quale la maggioranza, nonostante sia stata subissata da una ridda di stroncature, ha ritenuto di tirare dritto, dando avvio all'esame presso la prima Commissione della Camera lo scorso 31 marzo, e confermando fino a qualche giorno fa l'accelerazione, con l'obiettivo di arrivare a un primo via libera entro la prossima estate.
Il punto, allora, non è se la maggioranza che sostiene il governo intenda "dialogare" o meno, ma su che cosa intenda eventualmente farlo. Se il perimetro resta quello attuale - cioè di una proposta che combina premio, ballottaggio, indicazione del candidato premier e alterazione sostanziale del circuito parlamentare - il confronto rischia di essere un modo per provare a legittimare ex post, sia pure qualificandolo come testo di partenza, un impianto viziato in modo abnorme, e per uscire da una situazione imbarazzante. Una legge elettorale non è, infatti, una legge ordinaria qualsiasi. Essa stabilisce come il pluralismo sociale si trasformi in rappresentanza, come la coalizione parlamentare possa formarsi e sostenere un governo. Per questo, approvarla a colpi di maggioranza, per di più nell'ultimo tratto della legislatura, significherebbe incidere sulle regole del gioco mentre la partita sta per cominciare o è addirittura cominciata.
Vi è poi il nodo più grave, che nel mio "Repubblica a chiamata diretta" ho provato a ricostruire come trasformazione materiale della forma di governo. La proposta Malan-Bignami è il surrogato ordinario del premierato. Mentre, però, la revisione costituzionale resta sottoposta alle garanzie dell'art. 138, qui si tenta di anticiparne surrettiziamente gli effetti attraverso una legge ordinaria, sottraendo in questo modo al corpo elettorale la possibilità di pronunciarsi su uno stravolgimento sostanziale dell'equilibrio costituzionale. Il meccanismo è chiaro: si indica il candidato alla Presidenza del Consiglio, si collega quella indicazione a un premio, si costruisce una maggioranza "prefigurata" e si presenta il voto come scelta diretta del governo. Formalmente gli artt. 92-94 restano intatti; materialmente, però, cambia l'ambiente in cui operano il Presidente della Repubblica, il Parlamento e il rapporto fiduciario.
Non meno seria la frizione con la giurisprudenza costituzionale. Le sentenze n. 1 del 2014 e n. 35 del 2017 hanno tracciato confini precisi: ragionevolezza del premio, proporzionalità tra voti e seggi, divieto di costruire ex post una maggioranza che il primo turno non abbia espresso. Proporre oggi un sistema fondato su premio, ballottaggio e possibile investitura successiva significa muoversi in una zona di contrasto difficilmente eludibile con quei principi. Anche il recente appello di 120 costituzionalisti segnala "rilevanti criticità" nel testo all'esame della Camera.
La maggioranza afferma di voler verificare se le opposizioni condividano "l'obiettivo della stabilità". Ma questa è una formulazione capziosa. Nessuno difende l'instabilità come valore. Il problema è quale stabilità si vuole costruire: se una stabilità costituzionale, fondata su rappresentanza, responsabilità e garanzie; oppure una stabilità plebiscitaria, fondata sulla manipolazione degli esiti rappresentativi e sull'investitura politica del vertice dell'esecutivo. La stabilità, per essere chiari, non può allora essere il nome elegante della concentrazione del potere, di quello spirito neo plebiscitario che finiva per essere, insieme, il motivo ispiratore e la risultante del disegno premierale della destra italiana, della "madre di tutte le riforme" per la Presidente del Consiglio.
Il testo è inoltre gravemente incongruo sul piano interno. Basta fare dei calcoli semplici, in più occasioni ne ho presentato gli esiti. Può produrre esiti radicalmente diversi a fronte di minime variazioni del consenso: con una soglia si attiva il premio, con un punto in meno si torna al proporzionale, con il ballottaggio si può costruire una maggioranza che il primo turno non aveva consegnato. Non è quindi una razionalizzazione ma quello che ho chiamato un sistema oscillante, che altera la rappresentanza al punto da consentire a una parte ridotta del corpo elettorale di arrivare al punto da potersi eleggere da sola il Presidente della Repubblica e gli organi di garanzia, e non garantisce però la governabilità, cioè il bene assertivamente invocato, quando la sua architettura si inceppa come di fronte a un bug.
Sorprende, dopo la lezione referendaria, la persistenza di un atteggiamento politico così dichiaratamente semplicistico e autoreferenziale. Invece di prendere atto che le riforme costituzionali divisive non possono essere trattate come pratiche di governo ordinario, la maggioranza e il governo sembrano voler spostare il conflitto dal terreno dell'art. 138 a quello della legge elettorale. Un mutamento di scena nella persistenza dell'obiettivo, portarsi tutto a casa in sommo spregio della Costituzione. Si tratta, in entrambi i casi, di scorciatoie, e le scorciatoie istituzionali sono sempre pericolose.
Non vi sarebbe, quindi, alcuna seria possibilità di confronto istituzionale se non a partire da due condizioni preliminari minime, che attengono prima ancora al metodo costituzionale che al merito delle singole soluzioni. La prima dovrebbe essere il ritiro integrale del disegno di legge Malan-Bignami, perché nessun dialogo autentico può svilupparsi attorno a un testo già strutturato come dispositivo di alterazione materiale della forma di governo e già gravemente esposto, sotto plurimi profili, alle censure di illegittimità costituzionale che la dottrina più autorevole ha formulato. Questo testo andrebbe ritirato, non emendato cosmeticamente, non corretto a margine. Solo dopo si potrà discutere seriamente di una legge elettorale capace di migliorare la governabilità senza deformare la rappresentanza, senza svuotare il Parlamento più di quanto sia stato fatto, senza comprimere materialmente il munus del Presidente della Repubblica, senza trasformare una legge ordinaria nel veicolo surrettizio di una revisione costituzionale. La seconda dovrebbe essere la formale rinuncia della maggioranza a persistere, nella presente legislatura, nel progetto di premierato, oggi confinato in una sorta di limbo parlamentare presso la Commissione competente in seconda lettura, ma non per questo abbandonato. Diversamente, il rischio sarebbe speculare, e evidente: utilizzare il confronto sulla legge elettorale non come sede autonoma di elaborazione condivisa delle regole della rappresentanza, ma come prosecuzione indiretta e surrettizia del medesimo disegno di verticalizzazione del potere già perseguito attraverso la revisione costituzionale, anche con l'inserimento del nome del candidato alla presidenza del Consiglio nel corpus elettorale. Solo una chiara cesura rispetto a questa strategia complessiva potrebbe restituire credibilità costituzionale a un eventuale dialogo tra maggioranza e opposizioni.
E allora, l'appello della maggioranza, in queste condizioni e rebus sic stantibus, andrebbe respinto come inammissibile. E intanto, sarebbe bene che il popolo del No al referendum torni a mobilitarsi. La difesa della Costituzione comincia quando si riconosce il pericolo, quando una maggioranza tenta di piegare le regole comuni alla propria convenienza. E se da un lato rispedire l'invito al dialogo al mittente è più un dovere che una semplice opzione, sta di fatto che per l'accelerazione che potrebbe determinarsi, la Costituzione sia, ancora una volta, in pericolo, e bisogna pertanto tornare a difenderla da un attacco improprio, celato, ma profondamente deliberato. Le cittadine e i cittadini che lo scorso 22 e 23 marzo hanno difeso la Carta del '48 fondativa della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista lo sanno ormai bene: quella Carta si rispetta, si attua, si riforma secondo il suo habitus, e in fedeltà alla sue garanzie. Oppure la si tradisce nella sostanza lasciandone intatte le parole.