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La Cerimonia del Ventaglio costituisce, da decenni, uno degli appuntamenti più significativi della vita istituzionale della Repubblica. Nel momento in cui Parlamento e Governo si avviano verso la pausa estiva, il Presidente della Repubblica offre tradizionalmente una riflessione sul tempo che il Paese attraversa, affidando alle istituzioni e all'opinione pubblica alcune chiavi di lettura destinate ad accompagnare il dibattito dei mesi successivi. 

L'edizione di quest'anno si è collocata nel coacervo di una stagione politica particolarmente delicata. La Camera dei deputati aveva da pochi giorni approvato la legge elettorale proposta dalla destra, il Senato si preparava ad affrontarne l'esame, il confronto tra le forze politiche continuava - e continua tuttora - a svilupparsi attorno al premio di maggioranza, alla soglia del quarantadue per cento, al ritorno delle preferenze, ai rapporti di forza tra maggioranza e opposizioni.

In un simile contesto, il Capo dello Stato ha esercitato la propria funzione di garanzia con quella misura che costituisce uno dei tratti più riconoscibili del suo alto magistero. Il richiamo al rispetto delle prerogative parlamentari ha preceduto ogni altra considerazione. Una legge ancora all'esame delle Camere appartiene, infatti, alla responsabilità del Parlamento, mentre al Presidente della Repubblica spetterà poi, secondo il disegno costituzionale, ogni valutazione nel momento della promulgazione.

La scelta di arrestarsi dinanzi al confine delle proprie attribuzioni ha conferito ancora maggiore forza alle parole pronunciate subito dopo. L'attenzione è stata rivolta all'astensionismo, alla progressiva rarefazione della partecipazione politica, alla distanza che separa una parte sempre più ampia del corpo elettorale dalle istituzioni rappresentative. In poche frasi è stato individuato il punto dal quale ogni riflessione sulla legge elettorale dovrebbe prendere avvio. Una democrazia vive della qualità del rapporto tra cittadini e istituzioni; la tecnica elettorale rappresenta soltanto lo strumento attraverso il quale quel rapporto si traduce in rappresentanza politica.

Si è trattato di un duro monito, per quanto dai tratti felpati, come nello stile del Capo dello Stato. L'intero dibattito delle ultime settimane si è infatti sviluppato seguendo un itinerario diverso. Premi di maggioranza, soglie di accesso, collegi, coalizioni, simulazioni statistiche, prospettive di governo, addirittura ricatti di voto anticipato tale da mettere a rischio il conseguimento della pensione per qualche decina di peones riottosi, hanno occupato quasi interamente la discussione pubblica, come se la stabilità dell'esecutivo esaurisse il significato di una legge elettorale. La prospettiva indicata dal Presidente della Repubblica conduce, invece, verso un orizzonte alieno per molti dei protagonisti e assai più ampio. La questione individuata dal Capo dello Stato come decisiva è, infatti, la fiducia che il cittadino dovrebbe continua a riporrere nella possibilità di concorrere, attraverso il voto, alla formazione della volontà politica della Repubblica.

Proprio questo costituisce il filo conduttore della riflessione che ho sviluppato in Repubblica a chiamata diretta. Premierato e deriva plebiscitaria, la cui ampia appendice era dedicata al disegno di legge Malan-Bignami, quando il progetto di riforma muoveva ancora i primi passi. La questione costituzionale appariva già allora nella sua reale dimensione. Il problema trascendeva la misura del premio di maggioranza, la percentuale richiesta per conseguirlo, la distribuzione dei seggi. Al centro emergeva una diversa concezione della democrazia, progressivamente orientata verso la concentrazione della legittimazione politica e verso una rappresentazione del consenso costruita soprattutto attorno alla figura del vincitore.

La riforma del premierato e la legge elettorale appartengono così ad un medesimo percorso. La prima imprime una trasformazione alla forma di governo; la seconda interviene sul modo in cui il Parlamento prende forma. L'una e l'altra finiscono per incidere sul delicato equilibrio che la Costituzione del 1948 aveva costruito attraverso la diffusione del potere, la centralità delle Camere, il pluralismo della rappresentanza, il sistema dei contrappesi. Se anche ogni singola modifica potrebbe apparire circoscritta, l'insieme restituisce, invece, l'immagine di una progressiva traslazione del baricentro costituzionale.

Le parole del Presidente della Repubblica acquistano, alla luce di questa evoluzione, un significato che supera largamente la contingenza della cronaca parlamentare. Il suo richiamo alla partecipazione è, sotto questo profilo, emblematico. Prima della governabilità viene la rappresentanza; prima della rappresentanza la partecipazione; prima ancora si colloca la fiducia del cittadino nella capacità del proprio voto di concorrere realmente alla costruzione delle istituzioni.

La stessa profondità attraversa il passaggio dedicato al principio di legalità. Una società ordinata trae la propria forza dalla stabilità delle regole comuni, dalla loro capacità di orientare la convivenza civile, dalla loro estraneità rispetto alle convenienze del tempo politico. Il principio vale per ogni settore dell'ordinamento e trova nella legislazione elettorale una delle sue espressioni più elevate. Le regole della competizione democratica custodiscono il momento nel quale la sovranità popolare si trasforma in rappresentanza; proprio per questo richiedono una particolare distanza dagli interessi della maggioranza contingente e una costante fedeltà ai principi supremi della Costituzione. Difficile non scorgere in queste poche ma calibrate a righe il rimprovero rispetto ai comportamenti censurabili che hanno visto una parte politica, a un anno circa dalla celebrazione delle elezioni, formulare una proposta di legge elettorale dopo che i sondaggi da essa commissionati davano quella stessa parte soccombente in gran parte dei collegi uninominali. E allora, il Presidente ha tenuto ad ammonire che una legislazione non ispirata all'interesse pubblico ma asservita agli interessi di una parte costituisce la negazione ante litteram della buona pratica costituzionale, tanto più quando intercetta un terreno delicato come la legge elettorale.

L'esperienza repubblicana mostra, con chiarezza, come la stabilità delle istituzioni abbia sempre trovato alimento nella oggettività della legislazione elettorale, nella credibilità delle procedure, nella convinzione diffusa che il voto costituisca il luogo più alto della cittadinanza. Il discorso pronunciato al Quirinale consegna così al Parlamento una responsabilità che trascende il destino della legislatura. Ogni legge elettorale è chiamata certamente a rendere possibile la formazione di un governo. Ma una buona legge elettorale è chiamata, prima ancora di questo, a rendere più forte il legame tra il popolo e le sue istituzioni, perché soltanto da quel legame la Repubblica riceve la propria autentica legittimazione.  Essa è, infatti, la forma giuridica mediante la quale la sovranità popolare, chi appartiene al popolo come da incipit della Costituzione, si traduce in rappresentanza parlamentare. Ed è precisamente in questo passaggio che si misura, ogni volta, la fedeltà del legislatore alla Costituzione.