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 Giovanni Melillo è il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo della Repubblica italiana, cioè il magistrato chiamato a coordinare sul piano nazionale il contrasto alle mafie e al terrorismo.

Pochi giorni fa ha scritto una lettera ai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, oltre che alla presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo, denunciando un "grave e allarmante arretramento" nella capacità investigativa dello Stato contro criminalità organizzata e terrorismo.

Il nodo riguarda la modifica dell'articolo 270 del codice di procedura penale, introdotta dall'attusle maggioranza di destra, che ha ristretto fortemente la possibilità di utilizzare intercettazioni raccolte in un procedimento all'interno di procedimenti diversi, salvo casi limitati legati ai reati per cui è previsto l'arresto obbligatorio in flagranza. Una scelta da loro presentata come tutela contro le cosiddette "intercettazioni a strascico", ma che oggi il Procuratore nazionale antimafia indica come fattore di indebolimento delle indagini più complesse. Come del resto avevano fatto a suo tempo, opponendosi energicamente, le opposizioni.

Ma la riflessione del Procuratore coglie nel segno e per l'autorevolezza e la neutralità della funzione non può essere derubricata a polemica politica. Le mafie non vivono soltanto di violenza militare, ma di relazioni economiche, corruzione, riciclaggio, intestazioni fittizie, frodi fiscali, scambio politico-elettorale, infiltrazione nell'economia pubblica e privata. Sono i reati dei "colletti bianchi", quelli che consentono alle organizzazioni criminali di trasformare il denaro illecito in potere economico e consenso. Colpisce allora il paradosso denunciato da Melillo: intercettazioni utilizzabili per alcuni reati comuni, ma non per contestare ipotesi di riciclaggio mafioso, autoriciclaggio o scambio elettorale politico-mafioso. È difficile non cogliere, dietro il linguaggio rigoroso e misurato della lettera, una preoccupazione profonda: mentre le mafie diventano sempre più sofisticate e capaci di mimetizzarsi nei circuiti dell'economia e delle istituzioni, lo Stato rischia di restringere proprio gli strumenti necessari per seguirne le connessioni invisibili.

Per questo, l'allarme lanciato dal Procuratore Melillo va assunto come questione di interesse costituzionale e democratico in quanto la forza dello Stato di diritto si misura dalla capacità di coniugare garanzie e difesa concreta della legalità. E questa norma segna un aggettivo e ulteriore indebolimento, che in questo Paese, con la sua storia e i suoi morti, risulta oggettivamente intollerabile.