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Il treno investe il carro funebre: l'urto fa resuscitare il morto (da "Avvocà, per ora grazie")

caravita

 Incredibile ma vero. Cesco Cannavacciuolo, povero diavolo di un paese del Vesuviano, morto di crepacuore dopo l'arrivo dell'Ufficiale giudiziario che voleva sfrattarlo, è resuscitato mentre lo portavano al Cimitero. "Non è impossibile. E' rarissimo, ma non è scientificamente impossibile." Così ha dichiarato il Medico Legale investito del caso dal Pretore del luogo. Un arresto cardiaco provoca una morte apparente, e un forte shock riattiva le funzioni vitali. Ora, se voi considerate le modalità dell'incidente…"

In effetti, la bara del poveruomo era stata caricata senza fiori e senza seguito sul carro funebre comunale che si affrettava verso il cimitero per una rapida sepoltura. All'incrocio con il passaggio a livello incustodito con la ferrovia Circumvesuviana, che per responsabilità ancora da accertare non era chiuso, il carro impegnava i binari mentre sopraggiungeva il treno. La bara veniva scaraventata per aria, e ricadendo in terra si apriva. Numerosi testimoni oculari riferiscono che la salma rotolava fuori, e poi veniva scossa da un tremito sempre più forte.
"Gesù" urlavano gli astanti. "Gesù Giuseppe e Maria" replicava ad un certo punto Cesco, la salma resuscitata. Tra le urla di spavento sopraggiungeva la Polizia. I solerti funzionari non potevano che constatare che il deceduto era resuscitato.
Cesco Cannavacciuolo veniva trasportato di urgenza al locale Ospedale, dove veniva amorevolmente accolto e curato dalle Suore del Cuore trafitto di Gesù"

 "Avvocato, Cesco Cannavacciuolo sono io, e questo è il mio certificato di morte, l'ho trovato vicino all'ordine di sfratto dentro la tasca del mio vestito da morto perché nessuno mi aveva reclamato. Ora la mia domanda è questa: se io sono morto, ma sono anche vivo, come fanno a cacciarmi di casa? Perché quando io sono morto prima di resuscitare, l'Ufficiale giudiziario si è preso una tale paura che non ha finito lo sfratto. E quindi secondo i poliziotti che mi hanno portato all'ospedale, non mi possono più cacciare."

"Gesù che razza di domanda mi fai Cannavacciuolo, e io così su due piedi mica ti posso rispondere. E questo è un caso che mi devo studiare, trattasi di questione importante, finiremo pubblicati sul Foro Campano, magari riusciamo ad arrivare anche al Digesto, o alla Enciclopedia del Diritto. Bisogna che io studi la faccenda. Ho bisogno di studio, concentrazione ed energia. Sciò, te ne mando, vattenne, torna tra tre giorni (sorrise pensando che i tre giorni intimati avevano indubbiamente a che fare con un'altra resurrezione sicuramente più importante) e ti dico cosa dobbiamo fare.

A voler trovare un difetto a Rosinella, la giovinetta che faceva la domestica pressa la casa dei marchesi Macaluso Lepore, si sarebbe potuto dire che la peluria sotto il naso era un po' troppo visibile. Oppure, a essere pignuoli, che le sopracciglia tese in un bell'arco sopra gli splendidi occhi erano unite anche là da un eccesso di peluria. Ma poi bisognava fermarsi, perché altro non si poteva dire. Rosinella era piccola e compressa come una pesca ancora da maturare, e della pesca aveva l'incarnato, e forse anche come dicevamo la peluria. Un piccolo capolavoro di agilità e grazia, una inconsapevole bellezza irpina. Il padre l'aveva consegnata nelle mani della marchesa, che le aveva voluto bene come una marchesa può voler bene a una donna di servizio, le aveva insegnato qualche cosa, le aveva sistemato una piccola cameretta e se l'era pure ricordata al momento della dipartita con un piccolissimo lascito, talmente piccolo che nessuno si era indispettito ma che aveva fatto sentire Rosinella come se avesse vinto al lotto
Rosinella aveva vitto e alloggio, e per i suoi 18 anni senza istruzione, senza arte né parte, era una gran fortuna. Lavorava con serenità e allegria, e il giovedì pomeriggio e tutte le domeniche se andava a passeggio con le sue amiche, in attesa del vero amore che l'avrebbe portate nelle case popolari che stavano costruendo intorno a Napoli.
Spesso e volentieri dimenticava un bottone del camicione aperto. Spesso e volentieri l'occhio dell'Avvocato Macaluso cadeva sull'attaccatura acerba del seno, e spesso e volentieri donna Carolina con una mano veloce faceva un gesto imperioso, che voleva dire "Chiudi!"
Rosinella aveva rassettato la sala da pranzo, aveva pulito in cucina e aveva chiuso nel frigorifero (quale modernità era entrata da pochi mesi a palazzo) la pasta avanzata dal pranzo: paccheri di Gragnano, con sugo di carne.
Poi se ne era andata nella sua cameretta vicino alla cucina a dormire un'oretta, come la consuetudine di casa e il suo contratto le consentivano.
Faceva caldo, e aveva sbottonato tutto il camicione prima di cadere nel sonno profondo dei giovani.

L'Avvocato Macaluso Lepore, congedato Cannavacciuolo, aveva preso un momento per pensare, combattuto tra il pensiero del suo vizietto che lo chiamava e lo stimolava, ed una considerazione che gli era appena venuta in mente.
"Ma vedi tu come è la vita, e come è la morte" pensava Macaluso. Proprio stamane il Procuratore Generale in Corte di Assise di Appello aveva trasformato la ricostruzione di una tragedia corale e calda in un linguaggio burocratico e distante.
Pasquale Zimmeri, detto Pascale o'gatto, non si sa se perché camminava silenzioso e sornione o perché aveva sette vite come i gatti, era stato assassinato nella piazza del suo paese, dove tutti sapevano quello che sarebbe successo. Il processo si era sviluppato in primo grado e poi in appello e la requisitoria finale del Procuratore aveva messo la parola fine al fluire dei sentimenti.
Ecco come aveva descritto la scena: Lo Zimmeri, sceso dalla sua moto, veniva attinto da tre colpi di arma da fuoco.
Ed ecco quello che era successo veramente: Pascale o'gatto, amato da molte donne e odiato da molti uomini, era arrivato in piazza, dove doveva incontrare per motivi di onore Vincenzo Petra, detto Vicienzo o mancino. Pascale era un lottatore formidabile e Vicienzo era un tiratore di eccezione: e per questo Vicienzo aspettava Pascale sopra la scalinata della chiesa, dove con la moto non si poteva arrivare.
Arrivare in piazza, mettere la moto sul cavalletto e correre verso la scala per Pascale fu un'unica cosa: brandiva una catena da moto, con la quale intendeva spiegare a Vicienzo alcuni concetti.
Da venti e più metri di distanza, Vicienzo aveva estratto il suo ferro e sparato tre colpi: con precisione impressionante due avevano raggiunto il nemico alla spalla destra e a quella sinistra, ed il terzo in mezzo agli occhi. In tutto questo, la piazza ondeggiava, urlava, le donne svenivano, le sirene della polizia ululavano, e le mosche già si aggrumavano sul sangue appena sparso.
Il Procuratore Generale aveva riassunto tutto questo con poche parole: veniva attinto da tre colpi di arma da fuoco. E la vita, la morte, la tragedia, dove l'aveva messa? Dove l'aveva dimenticata?
Dopo questa mattinata così lontana dalla vita di tutti i giorni, il diritto che Macaluso pure amava aveva nuovamente ripreso forma nel pomeriggio: si era presentato a studio un gaglioffo, un uomo da quattro soldi e aveva raccontato una storia incredibile, dalla quale scaturivano considerazioni e conseguenze giuridiche importanti.

Ma il pensiero di quello che lo aspettava dall'altra parte della casa aveva avuto il sopravvento.
Con un languore allo stomaco e l'acquolina in bocca, assaporando ogni suo passo che l'avvicinava all'esaudimento del suo vizio, Macaluso si diresse verso la zona servizio della casa, laddove vicino alla cucina c'era la camera di Rosinella.
Tutto era silenzioso, e avvolto dalla penombra. Carolina era a dire il rosario con le sue amiche della Parrocchia. Nulla poteva disturbare l'Avvocato, il quale, con un leggero ansimare raggiunse le due porte l'una vicina l'altra. Di qua la cucina, dall'altra parte la camera di Rosinella.
La porta era aperta, e sul letto Rosinella dormiva accaldata. Il camicione era completamente aperto, e le forme della ragazza erano disegnate e sottolineate dalla luce che filtrava dalla persiana abbassata.
L'Avvocato Macaluso Lepore mise la mano sulla maniglia della porta della camera di Rosinella, e con grande delicatezza la chiuse piano piano di fronte a se. Poi si girò, aprì la porta della cucina ed entrò nel regno silenzioso della sorella Carolina.
Il frigorifero troneggiava ronzando da un lato della stanza, custodendo il suo tesoro.
Flaminio Macaluso Lepore, avvocato, appassionato di pasta asciutta, anche quel giorno cedette al suo vizio indicibile, che avrebbe poi dovuto confessare alla sorella come ogni volta che accadeva quello che stava per accadere: aprì la porta del frigorifero, prese il piatto dei paccheri di Gragnano con il sugo di carne, freddi e attaccati l'uno con l'altro. Trovava quello spuntino pomeridiano irresistibile, e con la faccia sporca di sugo consumò l'intero piatto, assaporando i paccheri freddi ed il loro irresistibile sugo: adesso era pronto a studiare la questione di Cannavacciuolo, il morto resuscitato che nessuno poteva più mandare via da casa.

 

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