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Il diritto e l'arte

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La previsione contenuta all'art. 9 consente di definire quella italiana una "Costituzione culturale", che indubbiamente colpisce per la sua modernità: nella neo nata Repubblica, all'indomani di ben due conflitti mondiali e con un livello di analfabetismo che coinvolgeva almeno 6 milioni di cittadini, i padri e le madri Costituenti scelsero infatti di investire su cultura e progresso scientifico, addirittura annoverandoli tra i principi fondamentali.  

Analizzando la norma più nel dettaglio colpisce innanzitutto il riferimento alla "Repubblica" anzichè allo "Stato", scelta lessicale presente anche in altri articoli della Costituzione.

Un termine niente affatto casuale ma utilizzato con lo specifico intento di prevenire un'eventuale, eccessiva ingerenza regionale in materia. I Costituenti temevano infatti che con l'avvento delle Regioni e le possibili rivendicazioni avanzate da queste ultime in vari ambiti, i principali musei e gallerie d'Italia, così come i grandi centri di scavo e restauro venissero sottratti al controllo nazionale e posti sotto l'iniziativa locale.

Una preoccupazione condivisa anche dall'Accademia Nazionale dei Lincei, secondo cui il passaggio all'Ente Regione avrebbe reso inefficiente tutta l'organizzazione delle Belle Arti, fino ad allora garante dell'elevata qualità di conservazione di monumenti ed opere e della diffusione della coscienza artistica nel popolo italiano. 

La norma opera su due direttrici distinte e ben definite: da un lato la promozione della cultura e dello sviluppo tecnico e scientifico; dall'altro, la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. La promozione è espressamente riferita alla cultura e alla ricerca tecnica e scientifica, a sottolineare l'impegno attivo assunto dalla Repubblica (nell'ampia accezione suindicata) nei settori in questione.

Un intervento di impulso e valorizzazione, quindi, che tuttavia deve avvenire nel rispetto dell'art. 33 della Costituzione, garantendo cioè che cultura e ricerca siano libere dall'ingerenza dei pubblici poteri: solo in tal modo il progresso potrà infatti operare in chiave personalistica, consentendo la realizzazione e lo sviluppo della persona umana anche in questi ambiti.

La tutela paesaggistica, affermata all'art. 9, ha assunto una portata via via sempre più ampia, in linea con l'evoluzione del termine stesso. L'idea di paesaggio nota ai Costituenti era quella coniata da Benedetto Croce, che lo identificava con "la rappresentazione materiale e visibile della patria, coi suoi caratteri fisici particolari".

Per Croce il paesaggio era quindi l'insieme delle bellezze naturali del Paese, sede dell'identità storica e culturale della comunità e come tale meritevole di protezione. Oggi, la tutela del paesaggio affermata all'art. 9 è quindi anche tutela ambientale e la riforma del Titolo V della Carta sembra averla fortemente sbilanciata verso questa seconda prospettiva.

L'attuale formulazione dell'art. 117 Cost. pone infatti la "valorizzazione dei beni culturali e ambientali" tra i temi oggetto di potestà legislativa concorrente Stato-Regioni, riservando allo Stato quella esclusiva in tema di "tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali".

 

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