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L'udienza, ecco alcuni consigli per non trasformarla in un incubo. Come provare a vincere e gestire la sconfitta

Alberto-Pezzini

 È un argomento vecchio come il mondo. Quando si diventa avvocati - non lo sappiamo - ma abbiamo acquistato un biglietto per l'Oceano. Solo andata. Nessuno dei nostri cari, nessuna moglie, potrà mai seguirci in quella direzione, in quei flutti pesanti come piombo. La solitudine è una componente fondamentale dell'avvocato.

È il suo incubo, nel senso di quell'antica figura che si pensava stesse a giacere sopra il malcapitato dormiente così come veniva raffigurato in certe antiche stampe appese ai muri di vecchi studi notarili o medici. Siamo soli quando decidiamo la linea di difesa. Non si può delegare una decisione così ad altri. Come il chirurgo così è l'avvocato, con responsabilità diverse, naturalmente.

Ma la decisione di come impostare una linea difensiva spetta soltanto a noi.

Si può discutere con il cliente sulla linea di principio fondamentale, colpevole o innocente.

E basta.

Il resto, cioè l'anima calda del piatto, non ce la toglie nessuno.

Rimaniamo davanti al tribunale come in un deserto di pietre, senza che il cliente possa più intervenire.

Abbiamo studiato anni per questo. Se sbagliamo, la colpa è nostra.

Se ci danno ragione, anche la vittoria, ma non del tutto.

Vinciamo perché la causa era già segnata, eppoi avvocato mi spieghi un po' cosa ha fatto, cosa mi ha fatto risparmiare, non era meglio andare avanti?

La vittoria non è mai tutta nostra ma è figlia di tanti altri fattori.

Non c'è da prendersela, è così.

Mio padre – che non era un avvocato – mi ammoniva sempre di andare in tribunale con due sporte, una per prenderle ed un'altra per darle.

La capacità di incassare i rovesci della giustizia è fondamentale.

Prima di un'udienza il livello della solitudine andrà di pari passo con l'ansia.

Più l'udienza è delicata e più la solitudine diventa palpabile.

Io mi svago, mi rilasso, bevo un bicchiere di vino o leggo un libro, se posso faccio l'amore. Cerco di liberarmi.

La più grande nemica della solitudine è la serenità interiore.

Come avvocato la si può raggiungere soltanto studiando.

Le udienze si preparano sudando sui testi, sulle sentenze, sul fascicolo.

Se mi ci sono applicato e sento quella materia come il mio polso anche se accelera, va bene.

Gli do sempre il tempo di entrarmi dentro.

Quei maledetti fascicoli devono diventare le unghie, i denti e il mio respiro.

A quel punto – qualunque decisione abbia maturato – so che sarà quella migliore. Non ho rimorsi.

So di aver lavorato fino al limite delle mie forze.

A volte, poi, dopo che la materia è stata lì a gorgogliare dentro di me qualche giorno come una pentola fumante, parte – da sola – una scintilla salvifica capace di illuminare la causa a giorno.

Toh, non c'avevo pensato, era così chiaro. Sono i colpi di genio che arrivano quando hai faticato.

La solitudine non va scacciata. È produttiva. Esistono processi dove non si vede lo spiraglio.

Non so se in questi casi sia davvero utile consigliarsi con altri. È importante avere un consiglio, scambiare il proprio punto di vista con quello di una persona di cui ci fidiamo professionalmente. Ma la cosa si ferma lì. Poi, ci dobbiamo mettere noi faccia e cuore, soprattutto.

Non abbiate paura di soffrire di solitudine, prima di un processo. È normale. Anche davanti al giudice a volte ci sentiremo come in mezzo ad un deserto. Capita quando si arriva a un'udienza troppo carichi di aspettativa.

L'ansia da prestazione è un male incurabile e colpisce tutti gli avvocati che sposano la causa del cliente. Non sono capace di trattare un processo con distacco.

È più forte di me. Ma è anche un limite.

Se si trasforma nell'eccesso opposto, ossia nel sentire la causa come determinante per la propria vita, state certi che la perderemo.

Ogni volta che – anche inconsciamente – ho caricato un'udienza di troppa aspettativa e ho permesso al desiderio di affermazione del cliente di diventare il mio, ho perso.

 Vince la causa chi riesce ad essere più attento e meglio capace di spiegarsi davanti al giudice. Chi è o appare più persuasivo.

Come pensiamo di poter persuadere qualcuno se non abbiamo in testa una specie di computer che giri in maniera precisa?

Anche lo studio più certosino può riuscire sconfitto dall'ansia che il cliente ha finito per trasmetterci.

Bisogna garantirgli una prestazione professionale asettica.

Un collega anziano mi affida una causa delle sue.

Non ha più voglia di seguire un penale così, modesto ma comunque stancante anche per la quantità di testimoni che bisognerà ascoltare.

Il cliente è un rompicoglioni. Non ci vuole una laurea per capirlo subito.

La causa è una di quelle indiziarie per eccellenza. Noi siamo le parti offese. I buoni, diciamo. Si tratta di una questione ormai incancrenita da anni.

Mi indottrinano per bene anche se la vicenda non è così semplice come può apparire di primo acchitto.

Me la studio e credo di avere capito. Vado all'udienza.

Al mattino presto verso le cinque mi sveglio per andare in bagno e prendo una testata clamorosa, da bestemmia e perdita di conoscenza.

Vado in udienza con un bernoccolo in più.

Quel giorno sentiamo parecchi testimoni. Ne sto aspettando uno in particolare, me lo hanno descritto come il più ostico, il teste più difficile del processo. È un uomo giovane, parecchio maleducato, molto arrogante.

Quando inizio ad interrogarlo si scalda subito come un ferro rovente. In questi casi evito di scendere in polemica. Riesco piano piano a portarlo verso una contraddizione.

Non è facile mantenere la calma ma è necessario per fargli commettere un errore. Non mancano le scintille ma alla fine finisce dove volevo, la trasmissione degli atti per falsa testimonianza. Va benone, penso.

Il teste più ostile è stato neutralizzato. Finiamo l'udienza alle due del pomeriggio. Fa caldo, o forse sono io che ho sudato sette camicie per arrivare ad un risultato utile.

La levata delle cinque comincia a farsi sentire.

Il processo è stato rinviato ma noi abbiamo portato a casa un buon risultato.

Quando avvicino il cliente pensando di ricevere il giusto plauso, mi fa una mezza scenata dicendomi che non ho capito un punto importante della causa per cui anche gli esami testimoniali da me condotti in aula sono stati manchevoli.

Mi tocco il bernoccolo che mi duole un po' e gliene vomito addosso di tutti i colori. Esplodo proprio. Non gli risparmio nulla e gli intimo anche di pagarmi l'udienza. Perchè – come al solito – alla mattina è venuto senza un soldo dietro.

Lo lascio poi lì, davanti a una finestra surriscaldata dal sole come un vetro fumè di una serra e me ne vado senza salutarlo. Sono veramente incazzato. Quando mi rapporto nel pomeriggio con il mio anziano collega gli racconto tutto e lui mi dice di portare pazienza, che i clienti sono ossi duri da gestire, e che la causa per il nostro tizio è molto importante. È una questione di principio. Da quel momento la mia ansia comincia crescere dentro di me in modo inconscio. Non tanto per quel cliente che ancora oggi resta un emerito maleducato, quanto piuttosto per il fatto di voler fare bella figura con il mio mentore.

Mano a mano che le udienze si alternano, continuiamo a vederci nello studio del mio maestro dove ogni volta – puntualmente – vengo ripetutamente indottrinato sulla causa.

 In pratica mi ripetono tutte le volte lo stesso particolare in maniera ossessiva. Un giorno perdo la pazienza e dico che non sono arteriosclerotico.

Arriviamo comunque alla fine. Siccome il processo è fissato al lunedì, e poiché ho intenzione di fare veramente di tutto per portare a casa un risultato favorevole, mi barrico in studio il sabato pomeriggio.

Mi rivolto la causa nel silenzio, in perfetta solitudine.

Vado a studiarmi anche gli aspetti che forse mi erano sfuggiti. Trovo addirittura dei documenti che secondo me avrebbero dovuto essere prodotti prima. Penso di poterli usare nella discussione chiedendone l'acquisizione.

Non mi rendo conto della mia ingenuità in quel momento. Sono comunque contento di avere scovato una piega nuova, in più, da aggiungere alla discussione come una cartuccia perforante.

Arrivo al mattino del lunedì tirato come un violino.

Sono nervoso.

Dovrei essere più rilassato, invece. Quando inizio a discutere e menziono i due documenti, la controparte comincia a mugghiare e si oppone perché si tratta di produzioni nuove e quindi inammissibili.

Dice anche che quando ci sono io è sempre così, che sono un prestigiatore aduso ai colpi di scena.

Perdo il controllo. Comincio a urlare, il filo del discorso va a puttane.

Le interruzioni in una discussione sono veleno.

Disarticolano tutto il discorso.

Mi accapiglio e la lucidità svanisce. Finisco la mia arringa ma non ho centrato il punto che mi interessava. Per la rabbia.

Perdo la causa.

Ironia della sorte, la controparte che mi ha accusato di introdurre i documenti sempre all'ultimo, non ha studiato un tubo e si fa forza di quel mio errore per far risaltare la totale evanescenza delle nostre accuse. Se fossi stato lucido, avrei dovuto chiedere l'acquisizione di quei documenti prima della discussione perché assolutamente necessari ai fini del decidere. Il giudice avrebbe potuto dirmi di no comunque ma mi sarei evitato una valanga di interruzioni. Inoltre, la richiesta sarebbe stata verbalizzata ed avrei così ottenuto un risultato concreto, visibile a verbale e quindi utilizzabile anche nel grado di giudizio successivo, volendo.

Avevo perso per troppa voglia di vincere. Non sto a dire quanto mi girarono i coglioni. Avevo studiato come un pazzo, al sabato pomeriggio pure, per perdere una causa modesta, come un pollo da batteria o un giovanotto alle prime armi. Sarebbe bastato un po' più di lucidità e avrei potuto vincere a mani basse. O almeno il cliente avrebbe ascoltato un'arringa efficace, non una colata lavica di parole in libertà.

L'ansia mi ha fregato. Il punto è questo.

Non è che l'avvocato debba essere un robot. Con il cuore anche nella testa, diceva sempre Antonio Tabucchi, quando parlava degli scrittori. Se per scrivere bene bisogna usare anche il cuore, potrei dire la stessa cosa degli avvocati.

Un avvocato freddo, digitale, non sarà mai un professionista completo, ne resto profondamente convinto.

Credo però che il colpo di cuore debba arrivare alla fine, come una stoccata finale, quella da trecento scudi, una specie di arma segreta o di asso di bastoni da snudare quando siamo arrivati in fondo, e tutto il lavoro sporco è già stato fatto.

Il coup de cor ce lo possiamo permettere come un qualcosa in più, un lusso.

Restano necessari autocontrollo e nervi saldi.

La dottrina fa da stampella ma va mantenuta la calma.

L'errore arriva sempre all'improvviso e bisogna reagire subito, senza scomporsi.

Di solito scandisco le parole, e cerco di resistere alla fretta. Se ho un solo punto fisso in testa, non lo mollo mai, come una boa al largo.

La nostra ansia deriva soprattutto dalla responsabilità professionale.

Gli errori che commettiamo non soltanto incidono sull'andamento di una causa ma ci rendono responsabili nei confronti del nostro cliente.

Al quale dobbiamo dire tutto.

L'errore, il maledetto errore, non viene quasi mai confessato. Abbiamo quasi sempre la materiale possibilità di correggerlo in corsa se di lieve entità.

Esistono situazioni processuali invece irredimibili in cui scatta il dovere della confessione.

Gli errori risolubili restano invece puri accidenti di percorso, tipici di ogni attività umana.

Quando l'errore arriva, ci coglie sempre impreparati. Capita nei momenti in cui l'attenzione è ai minimi termini e noi siamo invece in pace con il mondo. Vi racconto un mio errore vecchio e uno recente che mi brucia ancora addosso.

Il primo.

Avevo lasciato a un mio collaboratore dell'epoca l'incombenza di annotare sull'agenda le date di rinvio dell'udienza e – massimo errore – i termini da rispettare per scrivere le memorie istruttorie.

Si dimenticò di annotare due termini in una causa piuttosto delicata.

Mi arrivò un fax, un pomeriggio. Era l'avvocato della controparte. Mi avvisava che – stante il mancato deposito da parte mia delle memorie istruttorie, la causa si poteva considerare ormai andata come il vino quando diventa aceto e mi invitava a chiuderla con una transazione onorevole, per evitare di aumentare le spese legali a cui senza dubbio il mio cliente sarebbe stato condannato.

Quel fax mi lasciò di gelo. Sudato e confuso.

Non capii subito che diavolo fosse accaduto. Mi feci portare immediatamente la pratica. All'istante realizzai. Bastava leggere l'ordinanza istruttoria.

La causa era fottuta. Ero infuriato, soprattutto perché la colpa non era mia ma di chi avrebbe dovuto evitare quel tipo di inconveniente.

Sgridare la persona in questione serviva a poco, in quel momento.

La colpa restava mia, la responsabilità anche. Non avevo vigilato come avrei dovuto. Non avevo controllato.

Dovevo cercare di rimediare.

Prima di tutto pensai che mai e poi mai avrei delegato ancora quella bisogna a una terza persona. Che però non mi risolveva il problema nell'immediato.

Poi mi misi alla scrivania.

Prima di tutto in questi casi – come dicevo – è fondamentale mantenere il controllo.

Ero incazzato nero ma la prima cosa da fare è ostentare una certa calma. Quella del capitano sulla tolda della nave.

Scrissi un fax secco come una fucilata in cui mi limitai a ringraziare il collega per la sua "sollecitudine", pregandolo tuttavia di attendere la fine della causa prima di cantare il de profundis.

Mi sembrò una risposta azzeccata per chi si era dimostrato ricco di una generosità soltanto "pelosa".

Poi mi misi a studiare quelle carte che mi scottavano in testa come una frittura andata a male.

Ci stetti almeno un paio di ore sopra e alla fine conclusi che l'unico rimedio fosse il giuramento decisorio.

Come tutti gli avvocati sanno, si tratta di una specie di arma della disperazione. O di un colpo da trecento scudi, secondo una definizione cara ad Arturo Perez Reverte, lo scrittore spagnolo che ha in- ventato uno dei personaggi più bui e intriganti della letteratura iberica: il Capitano Alatriste.

Se si ottiene di fare giurare l'avversario, la causa si perde o si vince in una sola udienza.

È un colpo da sferrare quando sei alle corde.

Mi misi a preparare una richiesta di deferimento assai minuziosa. Va redatta con tutta la cura del mondo.

I capitoli devono essere scolpiti nella roccia. Ogni parola va pesata sul bilancino.

Per scrivere una buona richiesta di giuramento decisorio bisogna conoscere la causa fin nelle midolla.

Ogni particolare può rimbalzarti addosso e determinare il suo rifiuto da parte del giudice.

La scrissi meglio che potei.

La mattina dopo l'avrei riguardata. Quel giorno avevo già fatto abbastanza.

Ciò che è davvero determinante per uscire dalle situazioni critiche è la capacità di reazione.

Per quanta saremo con l'acqua alla gola, ci salverà sempre il nostro tempismo.

In un libro Mario Calabresi parlava degli Stati Uniti e di tutti quegli americani capaci di uscire dalla loro ultima e annichilente crisi: la forza di un uomo non sta nel cadere e rimettersi in piedi quanto nella velocità di farlo.

Il messaggio è all'incirca questo, se non l'avete capito.

Insomma. Andai a casa e sbollii la mia rabbia. Mi guardai un bel film mentre dentro di me – per un processo inconscio – la mia mente stava già elaborando una reazione la più efficace possibile.

Questa è l'unica virtù che mi riconosco.

Saper reagire subito senza perdermi d'animo. Il momento di recriminare e di piangersi addosso deve venire anche lui, ma ho sempre pensato sia meglio tenerlo per ultimo, quando ho fatto tutto quello che potevo per rimediare ad un maxi guaio.

La mattina dopo arrivai in studio come un bolide. Lessi tutto d'un fiato ciò che avevo scritto il gior- no prima, in mezzo al fuoco della concitazione del momento. Lo spirito era buono ma mi accorsi di dover modificare parecchi punti deboli. Alla luce della mattina brillavano come stelle.

Modificai come un artigiano e telefonai subito al cliente per farlo venire a firmare la richiesta.

Non gli dissi nulla di quanto era accaduto. Dentro di me avevo posticipato il momento della verità se quella richiesta non mi fosse stata accolta.

Depositai e cominciai a pregare.

Un mese dopo – preciso – mi venne notificata l'ordinanza di accoglimento della mia richiesta. Avevo superato il maelstrom,e le secche della disperazione del momento. Ero stato fortunato.

Qualche mese dopo, la persona che aveva dimenticato di annotare quelle date così importanti, se ne andò per altri motivi.

Ecco invece l'errore più recente.

Ero in settimana bianca con mio cognato e mio nipote. Un momento di stacco invernale che ormai da anni ci regaliamo.

Avevamo sciato tutto il giorno ed era venerdì, l'ultima sciata della settimana.

Confesso che non ho mai creduto nella sfiga.

Ma a volte devo ricredermi. Più che nella sfiga a volte penso che esista una specie di cieca e ostinata forma di pressione che viene esercitata su alcuni individui.

Questa specie di attenzione nei nostri confronti è ciò che di più repellente rimprovero alla mia professione.

La libertà resta un concetto relativo. Siamo liberi fisicamente ma la nostra testa è continuamente sotto assedio.

Le circostanze non mollano mai la presa. Le cause non dormono mai e quanto di negativo può uscire dalla loro coda arriverà addosso all'avvocato.

È una visione un po' pessimistica ma resto dell'idea che il peggior lato del nostro mestiere sia quella specie di prigionia da cui mi sento avvinto tutti i giorni. Non vi è mai capitato di svegliarvi non sen- tendo la sveglia e il vostro primo pensiero va subito alla sciagura di aver mancato a qualche udienza? Anche quando le idee sono confuse, in mezzo – fateci caso – svetterà l'udienza, la stramaledetta udienza quotidiana.

Comunque.

Avevamo sciato da dio, in una giornata avevamo scavallato due o tre passi e la neve era stata superba. La felicità insieme. Quando faccio per scendere dal pulmino, suona il telefonino. Arriva sempre così. Un maledetto calcio nelle reni.

Era una mia cliente, peraltro ansiosa di natura come non mai, tanto a volte da telefonarmi a casa anche a mezzanotte.

Le era stato notificato un precetto per una somma considerevole. Quel precetto arrivava da un decreto ingiuntivo che io – maledizione – mi ero dimenticato di opporre. Mi spiego meglio. L'avevo opposto ma la causa si era interrotta per la morte di una delle parti. Se non si riassume la causa – oggi in tre mesi dal momento dell'interruzione – il decreto ingiuntivo si risveglia come un mostro e ricomincia a morsicare. Anzi, passa in giudicato e diventa pesante come la pietra che ostruiva la porta di Toutankhamon. Una lapide, per capirci.

Mi cadde addosso il cielo. Nell'arco di due ore -mezzo inebetito – cercai in mutande (nel frattempo ero rientrato in camera) di capire cosa fosse accaduto.

Telefonai al mio vecchio maestro e con lui convenni che la storia non possedeva una soluzione tecnica plausibile.

Avevo combinato un disastro. Mi misi a sacramentare come un pazzo. Penso di essere invecchiato di dieci anni. Fu come prendere una doccia di ghiaccio liquido. Una scossa nervosa terrificante. Rimasi senza forze anche perché quella botta mi veniva assestata in un momento in cui il mio carattere – per motivi personali – era già stato messo alla corda da un po'. A un certo punto mi ritrovai con la voglia di mollare veramente tutto, il sentimento che stava per prevalere – lo ricordo – era quello di arrendermi.

Basta, pensai, questo è veramente troppo. Non ne potevo più.

Ma non potevo, cazzo. Non si può mai, anche quando tutti intorno pensano che lo farai. Lo diceva Madre Teresa di Calcutta. È in quel momento che devi correre ancora più forte degli altri e dimostrare a te stesso che ci sei. Credetemi.

Ancora oggi mi porto dietro un migliaio di feri-te, tutte sensibili. Come un indiano delle pianure. Quella però è forse una delle più dolenti. Il tempo a volte può poco. Fa sentire meno il dolore ma il ricordo talvolta mette ancora ansia.

Telefonai subito alla cliente, ammisi il mio errore marchiano e le dissi che avrei denunciato il sinistro (così si chiama) alla mia assicurazione. Grazie a Dio sono assicurato.

Quella sera, a cena, sul mio telefonino arrivò un sms inviatomi da lei. Mi scriveva che, oltre a considerarmi un ottimo avvocato, ero anche molto onesto.

Fu una goccia di balsamo di tigre in un mare in tempesta. Non chiusi occhio tutta la notte, naturalmente. Al lunedì mattina ero già in attività. Compilai la denuncia e chiamai immediatamente il mio agente che accorse come un vigile del fuoco. Mi disse di stare tranquillo e mi assicurò che l'avrebbe seguita a vista. Poi venne la parte più difficile. Dovevo chiamare il collega di controparte.

Dovevo fermare l'esecuzione, altrimenti avrei aggravato ancora di più la posizione della mia cliente. Pensai che quella bevuta di cicuta dovevo farmela scendere il più presto possibile.

Quello che mi bruciava stava però più a monte. Quella causa che mi ero dimenticato di riassumere, era vinta.

Telefonai. Mi ricordo ancora oggi le mie parole. Ti chiamo con il cappello in mano, esordii. Come avrai intuito la colpa è la mia. Dammi un poco di tempo perché la mia polizza professionale – da me già attivata – intervenga.

Mi rispose che se era così non ci sarebbero stati problemi. Scrivimelo, mi disse.

Già fatto, risposi. Ti mando anche la mia denuncia all'assicurazione in modo da permetterti di rassicurare il tuo. Chiusa lì. Tirai un respiro di sollievo. Era stato più facile del previsto.

Non avevo avuto alternative.

Ogni mia esitazione si sarebbe trasformata in una disfatta e in un aggravio di spese. Inoltre la mia cliente – se io non mi fossi messo di mezzo – sarebbe andata incontro a un'esecuzione. Ossia pignoramenti, ipoteche, insomma tutta una serie di iniziative veramente pesanti e difficili da recuperare se non esborsando altri soldi.

La colpa era mia, soltanto mia, e quindi dovevo risolvere il guaio. Non c'era null'altro da fare.

Dopo un mese di traccheggiamenti e di attesa spasmodica, la compagnia pagò.

Il mio incubo era passato.

 

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