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I "tipi" degli avvocati (da "Volevo fare l'avvocato")

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Ogni udienza va preparata al meglio delle nostre forze. Dalla più modesta – per chi? – alla più delicata. Sia essa di civile o di penale o di amministrativo.
Può capitare che il penalista puro se le porti pure a letto, le udienze intendo.
Per onestà confesso che questo capitolo è dedicato a quei penalisti ai quali – per sbarcare il lunario – è necessario il civile.
La prima regola è la seguente.
Le udienze civili soffrono di un complesso d'inferiorità – per il penalista – rispetto a quelle penali. Passano per essere tristi, quasi tutte uguali, e molto noiose. Il risultato è che – presi da un vortice di udienze e di memorie da scrivere prima che scadano – arriviamo davanti al giudice civile il giorno dell'udienza avendo dato una scorsa troppo veloce al fascicolo.
Più di una volta mi sono sentito domandare dal giudice di illustrargli la causa quando non sapevo da dove partire.
È una situazione imbarazzante, credetemi. Sfatiamo un mito.
È vero che le cause civili sono o sembrano più pallose di quelle penali.
Uno sfratto, per esempio, oppure un'opposizione a decreto ingiuntivo esercita senza dubbio un'attrattiva minore di un tentato omicidio o una rapina a mano armata.
Però anche il processo civile più routinario può trasmettere qualcosa.
Può far divertire per un colpo di classe inaspettato perché scoperto dentro una distesa uniforme di noia. In più, se arrivate davanti al giudice non avendo studiato la causa perché l'incombenza da esau- dire vi appare pressochè automatica (chiedere un termine per le memorie istruttorie è praticamente un riflesso condizionato), sappiate che vi succederà come a scuola. Sarete chiamati alla lavagna.
Il giudice civile, pur sommerso dai fascicoli e pressato da più di trenta persone scalpitanti in una stanza di cinque metri quadrati, vi domanderà a bruciapelo di spiegargli quello stupido sfratto sul quale avete sorvolato la sera prima di addormentarvi.
In quel momento ci si trasforma in fracchia davanti a trenta colleghi scossi da un flebile sorriso, come spighe in un campo di grano.
La prima reazione dell'avvocato impreparato consiste nel chiedere termine, anche di cinque minuti, per studiare il fascicolo.
Se il giudice è clemente ve lpotrà anche concedere. Ma se è un giudice che vi impone di indossare giacca e cravatta in udienza e che esige una conoscenza almeno a spanne della causa, si incazzerà.
Potrebbe anche ammonirvi un'intemerata solenne davanti a tutti. Anche questo non è il massimo.
Ma ha ragione il giudice.
A dirla tutta, chiedere un termine quando ci si trova in difficoltà, è come andare a Waterloo con il biglietto di ritorno acquistato già il giorno prima.
Il momento più difficile in questi casi critici resta l'uscita dall'aula gremita di colleghi tutti occhi e orecchi. Se non avete studiato il giorno prima, o almeno l'ora prima dell'udienza,come pensate di cadenzare il vostro passo mentre uscite dall'aula della disfatta?
Come pensate di tenere la vostra testa, in quel momento di grande imbarazzo per voi?
Non mi riferisco alla selva di teste che vi guardano fisse, no. Niente affatto.
Ma a quella selva di bestemmie e improperi che come minimo dovete rivolgervi dentro di voi, stra- maledicendovi per non avere aperto un atto che magari avete pure scritto voi ma di cui fino a qualche minuto prima non ricordavate un'acca.
Una cosa importante da fare, per evitare uscite davvero poco trionfali e che non nutrono la nostra professionalità, è la seguente. Alla mattina presto – lo stesso giorno dell'udienza se non ci siete riusciti il giorno prima – arrivate in studio prestissimo.
Non mi interessa un cazzo se la sera prima siete arrivati alle quattro del mattino a vedere il vostro letto, dopo una serata di sesso sadomaso.
La sera prima potete anche trascorrere le vostre ore in compagnia di dieci concubine bevendo as- senzio, la fata verde dei poeti maledetti, sono affari vostri.
Al mattino, in udienza, ci dovete arrivare prima degli altri e preparati. Con la barba fatta e camicia fresca, stirata come un mattino di primavera.
Vi ricordate Tom Cruise ne Il socio, il primo gran- de libro di John Grisham e film conseguente che sbarcò in Italia?
Bene.
Il nostro Tom arrivava in studio alle cinque di ogni mattina, si studiava i fascicoli, faceva ricerche, scrive- va furiosamente.
Si dava da fare. Il segreto è tutto qui. Il diritto è un mare in tempesta che ogni mattina cambia colore.
Soltanto un marinaio operoso può essere all'altezza del maroso o dell'onda di turno. Chi non si prepara, sarà anche un prodigio, ma se le cose non non le ha studiate farà la stessa identica figura di merda che facciamo tutti quando non sappiamo di cosa si sta parlando. È matematico.
Chi invece si sbatte già alle prime luci dell'alba magari non brillerà ma almeno avrà raggiunto uno degli obiettivi quotidiani più importanti per un avvocato:aver preparato l'udienza.

 La sensazione di sapere è qualcosa che vi rassicura, vi fa star bene, perché dovrebbe avere la capacità di nutrire la mente fin dalle prime ore del giorno.
Un buon avvocato è un affamato, è qualcuno che già di prima mattina, al posto della sigaretta o del caffè, dovrebbe sciropparsi una sentenza, tanto per offrire un risveglio muscolare al cervello.
Non è mania, credetemi.
È come fare esercizio, tutto qui. Personalmente seguo questo tipo di dieta mattutina e mi sforzo di osservarla ogni giorno, se possibile.
Sveglia all'alba. Appena apro gli occhietti – che a volte sono incollati e chiusi come quelli di un allocco – mi faccio un caffè.
Rifuggo dalle macchinette moderne, quelle reclamizzate da George Clooney per intenderci. Il noto attore americano – che non a caso preferisce starsene ammollo in Italia – di caffè, secondo me – non capisce un cazzo.
Privilegiate una vecchia moka.
Ricordatevi che per essere davvero valida e quindi capace di secernere dalle sue segrete metalliche un caffè delizioso, dovrà essere una veterana.
La moka per come la intendo io porta i segni le tracce della sua vita dedita alla caffeina sulla sua armatura bombata.
Dopo che vi siete bevuti in santa pace una tazzina o due – in religioso silenzio – potete recarvi al cesso.
Sì, avete capito bene.
È qui che gli avvocati preparano la propria giornata, come tutti gli esseri umani, anche quelli più augusti e irraggiungibili.
Sulla tazza smaltata, oltre ad adempiere il vostro piacere quotidiano, leggetevi una sentenza.
A quell'ora, grazie a quel rituale che non è pura meccanica, ma una specie di ritiro soprattutto intellettuale (pensateci un po', quando è che potete stare davvero tranquilli nel corso della vostra giornata, lontani da telefoni ed email minacciose?), la sentenza che leggete avrà la capacità di entrare dentro le vostre sinapsi stregandole.
Le sentenze all'alba mi irrorano il cervello e mi lasciano addosso la sensazione di avere già fatto una parte del mio lavoro quotidiano. Pensate inoltre che
– dopo quella parentesi breve ma intensa sul vostro cesso – vi potrete fare barba e doccia.
Vestitevi di tutto punto – come direbbe Oscar Wilde, anche perché l'occhio vuole sempre la sua parte ed un avvocato scalcinato ha lo stesso effetto di una donna con i capelli scomposti e le gambe con le calze bucate – e infilatevi nel vostro studio.
Tirate fuori i fascicoli del giorno e studiateli come Dio comanda. Li dovrete conoscere come le vostre tasche.
Quando avrete finito, vi rimarrà ancora tempo
per un caffè e la lettura di un quotidiano, tanto per stuzzicare la mente e farla riposare con qualcosa di meno impegnativo.
A quel punto, ricordatevelo bene, non siete un avvocato. Siete una corazzata già armata e pronta a sparare perché avete ben nutrito le vostre testate ed esaudito tutti gli scrupoli della vostra coscienza professionale.
Infine.
Ci sono mattine in cui di leggermi una sentenza – appena sveglio – non ho voglia.
Sono quei giorni in cui l'affaticamento professionale è stato talmente elevato ed intenso da indurre un senso di saturazione.
Lascio perdere.
Mi leggo qualcosa di diverso. Un romanzo, un saggio, oppure anche il giornale del giorno prima di cui ho conservato un articolo interessante, magari di viaggio, o sui vini francesi. Decongestiono le cellule cerebrali, e poi me ne vado di nuovo in studio a fare il mio dovere.
Il problema di un'udienza ben fatta, preparata bene, e poi svolta come si conviene, non riguarda soltanto noi ed il nostro cliente.
A volte riguarda anche i colleghi, i dominus, i nostri signori provenienti da altri fori, magari vicini, direttamente prossimi al nostro, oppure remoti perché in fondo alla punta dell'Italia o in cima alle montagne del Carso.
È anche qui che si mostra tutta la nostra professionalità e ciò che davvero siamo.
Un buon avvocato lo è e lo sarà a tutte le latitudini.
Per cercare di esserlo davvero bisogna maturare una buona pratica dei tribunali di tutta Italia, non soltanto di quello di casa.
Come si teme l'uomo da un solo libro, così bisogna rifuggire dall'avvocato che frequenti un unico palazzo di giustizia.
Viaggiate come avvocati, se potete. Fate udienze in tutta Italia.
Prendete confidenza con tribunali diversi.
Svilupperete una panoramica a 360 gradi della giurisprudenza di merito e soprattutto assisterete di persona a come essa si formi nei tribunali lungo lo stivale.
Le domiciliazioni invece sono un lavoro per conto terzi nell'orto di casa vostra.
Una mia collega sosteneva sempre che era come ricevere dei denari gratis, se paragonati all'impegno e al grado di responsabilità. Si riferiva al fatto che una domiciliazione viene trasmessa sempre munita di istruzioni precise e quindi non resta molto da fare se non attenervisi con scrupolo.
In apparenza è proprio così.
Ciò accade quando il vostro dominus è uno preciso che si limita a inviarvi il plico di turno – con all'interno gli atti da notificare o da depositare – e poi resta tranquillamente in attesa che gli inoltriate gli esiti delle vostre operazioni procuratorie.
Oltretutto non tutte le attività da procuratore si limitano ad una notifica oppure ad un mero deposi-
to:ce ne sono alcune per cui anche l'attività in loco è più complicata, sempre incanalata dentro binari predeterminati ma con un'anima di responsabilità superiore.
Inoltre.
Non è mica vero che i denari delle domiciliazioni siano soldi piovuti dal cielo.
Una volta era così,o meglio funzionava in altro modo. I colleghi che si appoggiavano a noi non mancavano mai – quando spedivano gli atti al vostro studio – di allegarci un fondo spese iniziale.
Oggi l'uso si è ribaltato.
Non mandano più neanche un soldo e – talvolta – si fanno desiderare anche a causa conclusa.
Quando esisteva ancora la distinzione tra onorari e diritti di procuratore, poteva capitare che sulla nostra parcella il dominus di turno ci facesse le pulci, spuntando tutto ciò che secondo lui non andava bene. Sottraeva dal nostro conto sudato tutto ciò che poteva entrare soltanto nel suo.
Quindi.
La prima regola di una domiciliazione – a meno che non conosciamo davvero bene l'avvocato che ci telefona un pomeriggio tardi del martedì sera, quando fuori ha cominciato a piovere e ci sentiamo in pace con il mondo – è chiedergli un fondo spese tanto per cominciare.
Sarà modesto, quel che volete, ma servirà per non rimetterci anche le spese vive.

 Non dobbiamo temere di passare per inurbani o villani, oppure per dei colleghi attaccati al soldo a tutti i costi: se dall'altra parte della cornetta c'è uno serio, non avrà problemi a farveli avere lui per pri- mo. Il primo approccio tra colleghi è quello più significativo e più importante, non dimenticatelo mai.
Se saremo corretti fin dall'inizio, guadagneremo
il rispetto professionale e soprattutto l'amicizia di un collega che fino al giorno prima non sapevamo neanche esistesse.
Siamo chiari da subito.
Se siamo noi a domandare di appoggiarci a qualcuno di fuori, e conosciamo la modestia economica del nostro cliente, dobbiamo segnalarlo alla prima telefonata pur elargendo qualcosa, seppur modesto. Il problema cronico degli avvocati sono i pagamenti.
A parte i grandi studi – che continuano a nuotare nell'oro come Paperon de' Paperoni – tutti gli altri corrono, letteralmente, ogni giorno per cercare di mettere insieme il pranzo con la cena.
Anche cento euro – che ti arrivano per posta da un collega – serviranno per pagare una bolletta op- pure una rata dei libri professionali.
In più, ripeto, ci garantiranno un amico.
Non abbiate remore nel toglierli a voi per retribuire un collega di fuori a cui abbiate affidato la vostra causa: facendo in questo modo il collega non soltanto vi sarà riconoscente ma correrà come una lepre marzolina per voi.
D'altro canto lo avete fatto tornare indietro nel tempo: quando ha aperto il vostro plico e dentro ha trovato un assegno, state sicuri che alla sera ha stap- pato una bottiglia del migliore in onore dei buoni tempi lontani.
I dominus restano invece il vero problema delle domiciliazioni.
Anche qui ci troviamo davanti a un mare sconfinato che varia da persona a persona.
Ci sono i gentili, i maleducati, quelli competenti e i colleghi che poi scompaiono, inghiottiti dal silenzio.
I tipi psicologici, per dirla alla Jung, non si possono descrivere pensando di esaurirli: si devono per forza vivere sulla propria pelle.
Posso soltanto fornirvi delle indicazioni molto approssimative.
C'è quello molto rigido.
Mi spiego. Siccome lavora in continuazione – week end compresi – e vive in una metropoli, è con- vinto che anche voi seguiate gli stessi ritmi incalzanti di vita.
Se vi chiama il 31 dicembre, oppure il 13 di agosto, non sarà per farvi gli auguri ma per ricordarvi che una memoria sta scadendo.
Sappiate che è lo stesso uomo, capace di inviarvi decine di pagine scritte fitte fitte, assolutamente fuori termine, con la richiesta perentoria di depositarle.
Vi prego.
Non abbiate timore di dirgli che non andrete in udienza – dove conoscete i costumi del vostro giudice naturale – a tediarlo con chili di carta inutile.
Il nostro codice di procedura civile prevede tre distinti momenti in cui dedurre istanze istruttorie e produrre documenti, ossia avanzare le richieste di prova che il giudice andrà poi a esaminare.
Esauriti quei tre step consentiti, a meno che non succeda qualcosa di imprevedibile per cui chiediate di essere rimessi in termini, la vostra possibilità di argomentare provando per iscritto si ferma lì.
Molto spesso accade – invece – che colleghi di fuori sovraccarichino i rispettivi procuratori di ponderose note di trattazione con cui avventurarsi all'udienza. Pretendono perfino di farle acquisire al fascicolo.
Naturalmente la prassi a cui assistiamo è la seguente. Giorno dell'udienza.
La sera prima vi ha inviato un chilo di memoria da produrre la mattina seguente. Fresca d'inchiostro.
Fateci caso.
Gli stessi concetti si ripetono in continuazione, selvaggiamente. Basta leggere due righe per capirlo.
L'Avvocato Rossi chiede di produrre la memoria fatidica.
L'Avvocato Neri si oppone perché tardiva ed ir- rituale. L'Avvocato Rossi fa presente che si rende conto della tardività ma le istruzioni del dominus non si discutono.
Il Giudice rigetta l'istanza dell'Avvocato Rossi il quale – a quel punto, preso dal panico tipo allegria da naufragio – ha di solito il classico colpo di fulmine che lo salverà dalle ire del prolifico dominus, algido nei rapporti con i colleghi dei fori di provincia, quelli situati alla periferia dell'impero per intenderci.
"Giudice – esclama l'Avvocato Rossi – a questo punto debbo (l'arcaismo serve per rafforzare l'aire del civilista energico) ritrascrivere a verbale la me- moria del mio dominus".
Di solito l'Avvocato Rossi di turno pronuncia questa frase tra il terrorizzante e l'eroico gonfiando il petto e il muscolo mastoclastoideo per far vedere che non ha paura di nessuno e come lo spirito di colleganza – in qualunque aula – vinca su tutto, al pari dell'amore.
Quello che succede dopo è degno di un film
alla Stephen King ed ecco spiegato l'aggettivo terrorizzante.
L'Avvocato Rossi – che forse non si ricordava la lunghezza kilometrica della memoria trasmessagli alle sette del mattino dal dominus carnefice – si ac- coccola in un angolo e comincia a ritrascrivere con pazienza la tiritera trasmessagli via fax. Siccome si parla in genere anche di dieci pagine, andatevi a prendere un caffè o mangiatevi un pezzo di focaccia. Non dimenticate di scoccare un'occhiata di sufficienza al tapino che sta chino sul verbale smadonnando e copiando in bella grafia come un amanuense.
Quando tornerete dopo un'ora circa lo ritroverete dove l'avevate lasciato, con le nocche dolenti e le punta delle dite macchiate di inchiostro.
Voi sarete belli tonici, rinfrancati da un caffè al ginseng e gli chiederete subito, a bruciapelo: hai finito?
Se la risposta è positiva, non avete dubbi. Prendete la penna in mano e scrivete: l'Avvocato
Neri contesta sia in fatto che in diritto tutta la tratta-zione avversaria in quanto inammissibile.
Efficaci e fulminanti. Come una voleè al Roland Garros.
Poi c'è il dominus stile "controllore".
Io lo chiamo il dominus 1984, in memoria del libro di George Orwell dove compariva per la prima volta la teoria del Grande Fratello, un'entità capace di spiarci in ogni più banale atto della nostra vita quotidiana. Anche al cesso.
È quello che vi invia mail e fax in continuazione. È impaziente, non attende le vostre comunicazioni che peraltro sono sempre tempestive.
Vi scrive in ogni momento: in certi casi questo tipo di collega può addirittura chiedervi di andare a verificare il contenuto del fascicolo di parte avversaria anche quattro o cinque volte, instillandovi il dubbio sottile che l'avversario stia magari mastruzzando i suoi documenti. È un tipo di collega pericoloso e il suo problema verrà infine alla luce in tutta la sua evidenza: non si fida di voi.
Quando le sue richieste stanno crescendo d'intensità – e quasi d'irrazionalità – stoppatelo subito. Una tecnica molto efficace è quella di scrivergli che non siete il suo maggiordomo e che una domiciliazione non equivale a un'adozione.
Di solito funziona come una pioggia fredda e il grafomane può anche subire una specie di conversione lungo la via:prende fiducia.
È necessario a tal fine un calcio nelle parti basse.
In senso figurato, of course.
Quando il calcio arriva a destinazione,vi spergiurerà di essersi sempre fidato di voi.
Un'altra figura ancora è il dominus latitante, ossia quello che – a un certo punto della causa – scompare come per magia.
Non risponde più ai fax né alle telefonate, le email tornano indietro e soprattutto non invia più istruzioni. E manco soldi.
Vi trovate a gestire una causa che non è la vostra e con la responsabilità di dover prendere delle scelte anche importanti.
A volte decidete di arrivare fino in fondo – con ciò rivelando un notevole sprezzo del pericolo e un'audacia notevoli – oppure mollate il colpo e dismettete il mandato: si tratta della scelta più prudente, credetemi, perchè vi risparmierà soprattutto tempo e denaro.
Chi sceglie la prima strada per serietà o pigrizia – a volte ci sta anche quella – si ritrova alla fine della
causa con una sentenza in mano e una parcella insoluta: di solito il vostro cliente scompare insieme al dominus latitante.
Non so se convenga perdere del tempo in questo senso, anche perché la bontà delle vostre decisioni può essere sempre messa in discussione in quanto siete meri procuratori locali e non avevate neanche il diritto di decidere autonomamente.
Direi che in casi come questo sia molto impor- tante farsi una domanda, prima di procedere oltre. Chiedetevi chi è il vostro dominus.
Di solito non siete stati voi a sceglierlo. È stato lui a trovare voi. Quindi, almeno nella maggior parte dei casi, non sapete chi sia.
In secondo luogo sappiate che se si tratta di un dominus lontano, sarete voi a curare personalmente l'udienza civile, nel senso che ci metterete la vostra faccia e non la sua.
In terzo ed ultimo luogo, non tutte le richieste e le istruzioni che arrivano da lui sono degne di essere accolte come oro colato proprio perché deve valere il punto secondo, la vostra bella faccia da avvocati del foro locale e la conoscenza degli usi e costumi del luogo, appunto.

 

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