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 "Era uscito, poi era tornato indietro per cambiarsi la cravatta. Ci ha sempre tenuto molto. Quella mattina aveva pantaloni grigi, giacca scura con i bottoni di madreperla, e una cravatta di seta rosa. La cambiò con una bianca e mi chiese: come sto? Stai bene Gigi ma stavi bene anche prima, gli risposi. Si, ma questo è il segno della mia purezza. E' l'ultima frase che mi ha detto. La frase che mi ha lasciato."

 Gemma ricorda così quel giorno di 50 anni fa, il 17 maggio 1972, quando a Milano le uccisero il marito, il Commissario Luigi Calabresi. Era uscito di casa per andare in questura, lei era incinta, era rimasta con Mario e Paolo, i piccoli. Un abbraccio poco prima, l'ultimo. Lui era rientrato pochi minuti dopo per un'altra cravatta, poi di corsa fuori, tre colpi di pistola, alle spalle, la fine di tutto. Gemma Ha scritto un libro "La crepa e la luce". "Ricordo il momento in cui Dio veniva da me. Ho avuto molti anni bui, di tristezza e pianti. Ero lontana dal perdono: mi sembrava quasi di fare un torto a mio marito. Fu mia mamma a pensare al necrologio per Gigi: scelse la frase di Gesù, "Padre, perdona loro, perché non sanno ciò che fanno". Quella è stata il lievito. I miei figli non hanno perdonato, né lo pretendo ma sono possibilisti: "Forse, mamma, alla tua età ce l'avremo fatta anche noi". Sono diventati uomini che amano la vita, hanno voltato pagina e non hanno rancori e odio. Questo è tanto".

 I responsabili dell'assassinio furono individuati dopo molti anni: Ovidio Bompressi e Leonardo Marino gli esecutori, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, i mandanti, tutti di Lotta Continua.
Giovanni Paolo II definì Calabresi «testimone del Vangelo e eroico difensore del bene comune». In una delle sue ultime interviste, dichiarò a Giampaolo Pansa: «Da due anni sto sotto questa tempesta e lei non può immaginare cosa ho passato e cosa sto passando. Se non fossi cristiano, se non credessi in Dio non so come potrei resistere»

Grazie, Commissario, per il Suo esempio.